Non ci sono eroi nella guerra delle cosche

Lo anticipa il titolo, questo è un film sul tradimento. In senso ampio, universale. Che ha inizio una notte del 1980, in Sicilia, durante la festa di Santa Rosalia, mentre si sugella un patto tra cosche presto disatteso per finire nel sangue. I Corleonesi hanno dichiarato guerra alle vecchie famiglie di Cosa Nostra per il controllo del traffico di droga. E Tommaso Buscetta (l’ottimo Favino), che della mafia conserva un’idea antica e quasi “romantica”, fiutando il pericolo, cerca rifugio in Brasile. Da lì assiste impotente al crescendo di delitti che non risparmia neppure il fratello e due dei suoi figli rimasti in Sicilia. Poi, l’arresto e l’estradizione in Italia, con il giudice Giovanni Falcone che gli offre protezione in cambio della sua testimonianza, fondamentale per l’avvio del Maxi-Processo in cui sono imputate 475 persone. Un’infamia, secondo il codice d’onore mafioso. Non per Buscetta, che considera i suoi rivali i veri traditori, i traditori di un ideale di lealtà. A cominciare da Pippo Calò, reo di non aver protetto la famiglia e poi Riina, mandante della Strage di Capaci. Gli eventi si dispiegano cronologicamente fino all’anno 2000, quando “il Boss dei due mondi” ormai malato, a Miami, attende la morte. Sempre all’erta, fino all’ultimo, in preda al terrore di essere finito per mano degli avversari. Marco Bellocchio non è nuovo alla rilettura del nostro passato recente (“Buongiorno, notte”, “Bella addormentata”), ma mai prima d’ora si era spinto entro i confini del cinema di genere. Pestaggi, irruzioni. Eppure il maestro piacentino rimane fedele a se stesso: la sua impronta d’autore è ancora presente e riconoscibile nei corridoi, le stanze, le ombre, nei sogni, tra bare e funerali. Lo Stato è fragile e la giustizia ambigua. L’aula del Tribunale diventa un teatro in cui si consuma uno “show”. Ne “Il traditore” non ci sono eroi, ma solo uomini in balia del destino. Più avventuroso e libero che mai, Bellocchio si impossessa dei fatti di cronaca per riscrivere la tradizione del cinema civile italiano mettendo in scena una cupa tragedia sui temi della lealtà, della paura e della morte.
BEA. FIO.
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