La nuova mostra a Illegio: l’arte si mette in dialogo con il pensiero

Presentata la rassegna ospitata nella frazione tolmezzina: esposte oltre cinquanta opere di autori famosi tra quadri e sculture  per riflettere sulla necessità di parlarsi tra generazioni e popoli del mondo

Fabiana Dallavalle
Una delle opere che si potranno ammirare alla mostra di Illegio
Una delle opere che si potranno ammirare alla mostra di Illegio

Quanto accade a Illegio, minuscolo paese della Carnia, dal 2000 ad oggi, ha del miracoloso. L’Associazione culturale Comitato di San Floriano ha aperto infatti una strada coraggiosa, che, grazie alle mostre internazionali d’arte, ha portato tra le case dei 350 abitanti oltre 400.000 persone e trasformato l’incontro della fede con la bellezza in un laboratorio di promozione sociale e di evangelizzazione innovativa.

A poche settimane dall’inaugurazione della nuova mostra che nasce dalla conoscenza di don Alessio Geretti, è stata presentata lunedì 1 giugno, nel Palazzo della Regione a Udine, alla presenza del vice presidente dell’associazione Comitato di San Floriano Dante Scarsini, della sua presidente Lara Iob, del sindaco di Tolmezzo, Roberto Vicentini e del curatore stesso, la nuova esposizione d’arte intitolata “Il dialogo”. «Guardo alla mostra con grande interesse. Il dialogo è uno dei temi più profondi del nostro secolo. Considero la mostra un importante riflessione civile e spirituale. Illegio ancora una volta sceglie la strada della profondità attraverso l’arte che rende visibile ciò che spesso nella vita è invisibile. Non esiste autentica umanità senza ascolto e incontro. Come Regione guardiamo con orgoglio a questo progetto che unisce bellezza artistica al pensiero» le parole rivolte nel messaggio agli organizzatori da Mario Anzil, vicepresidente e assessore alla cultura e allo sport della Regione prima dell’introduzione alla mostra del curatore Don Geretti che ha annunciato: «Giovedì 11, alle 18 inaugura la nuova proposta che Illegio sta preparando e che si potrà visitare fino all’8 novembre.

Cinquantadue capolavori, tra dipinti e sculture proporranno un percorso in 11 stanze che dal punto di vista cronologico copre un arco di tempo esteso di 2.300 anni partendo da una ceramica a figure rosse, nata nel IV secolo a.C. nella zona della Magna Grecia fino alla metà del Novecento con l’opera di Giacomo Manzù pensata tra le formelle che avrebbero dovuto costituire la nuova porta della Basilica di san Pietro in Vaticano. Tra alcune formelle non incluse, la scena di Caino e Abele che sarà presente in mostra ed è l’opera a noi più vicina nel tempo. Un viaggio nella storia della bellezza, un tema scelto anzitutto perché in questo momento critico della storia è evidente quanto ci sia bisogno di recuperare la capacità di dialogare, nelle case, tra generazioni, tra i popoli del mondo. L’umanità in bilico tra sviluppo e distruzione deve saper prendere la via della vita e questa via è necessariamente quella del dialogo».

Sedici le opere provenienti da collezioni segrete, mai visibili, selezionate per altissima qualità e dispiegate a tracciare un percorso. Tra queste opere c’è un bellissimo disegno di Pablo Picasso del 1915, un suo “Arlecchino” che fa riaffiorare in lui il classicismo e le domande sul nostro destino, testimonianza della sua amicizia con Cocteau» ha annunciato Geretti.

Lasciano incantati già i nomi degli artisti che la mostra consente di ammirare, tra i quali emergono i più sensazionali: Caravaggio, due opere al centro dell’attenzione degli studiosi: una delle versioni de “L’incredulità di Tommaso”, e il “Sant’Agostino in meditazione”, opera recentemente riscoperta, Matthias Stom grandioso e misterioso fiammingo maestro della luce e della penombra, con quattro opere emozionanti, Giambattista Tiepolo movimentato narratore biblico, Pietro Longhi con una coppia di dipinti, di tema esattamente opposto, che ci introducono nei vizi e nelle virtù della Venezia settecentesca, Francesco Hayez, il punto di riferimento del Risorgimento, che in mostra compare con un toccante “Ecce homo” e con una popolatissima grande scena storica dei tempi del Barbarossa, Giovanni Fattori l’altro sguardo sul Risorgimento, antiretorico e umanissimo, come dimostra nella sua “La lettera al campo”, Giuseppe De Nittis con “Il pranzo del vescovo”.

«Le sezioni della mostra, nelle quali sono organizzate le sale del percorso, tracciano già una meditazione che attraversa questioni decisive per l’umanità», ha poi approfondito il curatore. Si parte dai dialoghi d’amore, passando per alcuni colloqui col mistero, il lato invisibile del mondo. La mostra affronta le fatiche principali dell’esperienza del dialogo: la difficile fraternità; le contrapposte esperienze di frastuono e silenzio, due forme di chiusura e di rifiuto del dialogo; l’apparente dialogo di chi in realtà si nasconde dietro maschere, cosicché l’effetto del comunicare è vano; la sordità dei popoli, che per orgoglio e risentimento alimentano conflittualità e prevaricazioni anziché vie di pace e riconoscimenti reciproci.

Infine, la mostra indica i due esercizi di dialogo più benefici e più necessari : il colloquio con il cielo, la negazione della trascendenza ha un legame stretto con la negazione della speranza o con quella della fraternità e il dialogo con i maestri, con coloro che per sapienza e grandezza d’animo possono risvegliare in noi le giuste domande e indicarci qualche passo di giustizia.

«L’immagine della mostra Esaù vende al primogenitura a Giacobbe di Matthias Stom ci ricorda un esempio di dialogo molto faticoso proprio tra chi dovrebbe più facilmente capirsi: due fratelli» ha infine concluso don Geretti. «La civiltà del dialogo nella cultura dell’Occidente è legata alla filosofia classica, alla democrazia correlativo istituzionale e politico, la diplomazia, pensiamo a quello che si è sviluppato nel mondo a partire dalla diplomazia Pontificia, esempio di come tra realtà distantissime si possano allacciare dialoghi. Nell’esperienza giudaico cristiana infine solo attraverso il dialogo si giunge alla conoscenza. Per uscire dalla crisi dobbiamo tenere presente che il dialogo ha una premessa indispensabile: che i suoi protagonisti si riconoscano».

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