Il Trovatore infiamma il Verdi di Trieste
Torna dopo otto anni di assenza una delle opere più importanti del maestro. Un cast stellare e il podio affidato alle salde mani di Jordi Bernácer

Si intitola Trovatore e canta una fosca, epica ballata. È “popolare”, come recita la formula mandata a memoria dagli studenti di conservatorio sulla trilogia verdiana che mette in scena personaggi emarginati. Ma soprattutto è una di quelle opere che sono uscite dal teatro per entrare nell’immaginario collettivo con arie iconiche come “Stride la vampa”, “Tacea la notte placida”, “Il balen del suo sorriso”, “Di quella pira”.
I melomani attendono in quest’opera le grandi voci e chiudono un occhio sulla drammaturgia, considerata inverosimile e poco attenta alla psicologia dei personaggi. Verdi invece ci vedeva una rappresentazione realistica della crudeltà umana, aggravata dalla discriminazione. La partitura prende coerentemente il volo verso il mito, mentre il testo rimane ancorato a riserve.
Le interpretazioni registiche attuali risolvono la questione innalzandosi sul piano di concetti universali. Seguirà questa strada anche l’allestimento onirico in scena dal 27 febbraio all’8 marzo, diretto da Jordi Bernàcer e con la regia di Louis Désiré, già apprezzato al debutto all’Opéra de Saint-Étienne e all’Opera di Marsiglia, coproduttori dello spettacolo.

Sono state presentate nella consueta conferenza-concerto le stelle del firmamento operistico invitate per questo allestimento: la “verdiana” Anna Pirozzi (Leonora), in coppia collaudata -e per la prima volta a Trieste- con Yusif Eyvazov, che vanta una assidua frequentazione del ruolo di Manrico a livello internazionale, Daniela Barcellona al debutto come Azucena, Youngjun Park nel ruolo oscuro del Conte di Luna (per citare soltanto i protagonisti). A loro spetta il compito di realizzare l'eccessiva, ma eloquente dichiarazione del leggendario Caruso, secondo il quale per i quattro ruoli principali del Trovatore occorre avere a disposizione i migliori cantanti del mondo.

Superata la sfida dedicata ai cultori della «voce prima di tutto», il secondo ostacolo è costituito quindi dalla lettura di situazioni che possono pericolosamente scivolare nel grottesco. Tratto dalla tragedia romantica di ambientazione spagnola El trovador del coetaneo di Verdi Antonio García Gutiérrez, l’ultimo libretto redatto (con qualche resistenza) da Salvatore Cammarano si basa su un antefatto che costituisce la scintilla dell’intera vicenda. Per vendicare la madre arsa per superstizione sul rogo dal Conte di Luna, la gitana Azucena progetta di gettare a sua volta nelle fiamme il figlioletto di lui, ma nella concitazione vi getta il proprio, crescendo poi il sopravvissuto, il trovatore Manrico, nel quale il secondo figlio del Conte trova un rivale nell’amore (ma anche in battaglia) per la nobile Leonora. Accecato da rabbia e gelosia, lo manda al patibolo (mentre il rogo attende Azucena), portando alla morte anche Leonora che si sacrifica sperando di salvare l’amato. A quel punto, la gitana gli rivela che ha fatto giustiziare il proprio fratello.
Azucena in spagnolo significa «giglio», ma è difficile coglierne la purezza in questa vittima e carnefice che completa la serie dei padri problematici verdiani con una madre fatale. Tutti i personaggi di quest'opera sono prigionieri della sua ossessione di vendetta in un’opera notturna, cupa, rischiarata soltanto dai bagliori del fuoco (come ribadisce il libretto).
Verdi trova questa storia «singolare e originale» «immaginosa e con situazioni potenti», la scrive senza commissione e ottiene di farla mettere in scena a Roma nel 1853 (al Teatro Apollo che, come ha ricordato in conferenza il direttore artistico Valerio Vicari, è stato in seguito abbattuto per fare spazio ai muraglioni contro le esondazioni del Tevere). I punti di appoggio nella trama li mette il compositore stesso, decidendo di non forzare la struttura a forme chiuse e provocando fiumi di inchiostro sulle motivazioni di questo apparente sguardo al passato. Ma per il compositore esiste un solo sguardo ed è quello rivolto al teatro, a rapporti che, come osservò il musicologo Michele Girardi, sono fatti di «quattro solitudini» accostate, tragicamente impermeabili l'una all'altra. Su ognuna Verdi costruisce un monumento musicale.
La musica dipinge tinte e contrasti forti, dati dalle passioni incontrollate, ma non indulge su ambientazione iberica e colore gitano, proponendo tuttavia un sapore popolare nelle accentuazioni ritmiche e nelle ripetizioni strofiche, dal cupo mistero di Azucena allo scandire “atmosferico” di colpi sulle incudini del coro dei gitani (scelta non casuale, dato che per diversi secoli nei campi nomadi si praticò la lavorazione dei metalli, per superstizione associata a pratiche magiche). Estraneo ai sentimentalismi, interessato invece alle deviazioni del potere, alla complessità dei legami familiari, Verdi dimostra simpatia verso personaggi ai margini, perché capaci di svelare l'ipocrisia delle convenzioni e delle gerarchie. Qui si parla della “diversità” dei gitani, sovversivi per natura in quanto senza patria, come dichiara apertamente Azucena: «D’una zingara è costume muover senza disegno il passo vagabondo ed è suo tetto il ciel, sua patria il mondo». —
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