Palma d’oro al coreano Parasite miglior attore Antonio Banderas

Il regista Bong Joon-ho vince il festival di Cannes, prima volta per il suo paese Premio “rivoluzionario” a Mati Diop, corretto ex aequo per Ladj Ly e Mendonça Filho
epa07600297 South Korean director Bong Joon-ho reacts after winning the Palme d'Or (Golden Palm) for the movie 'Parasite' during the Closing Awards Ceremony of the 72nd Cannes Film Festival, in Cannes, France, 25 May 2019. The Golden Palm winning movie will be screened after the closing ceremony. EPA/GUILLAUME HORCAJUELO
epa07600297 South Korean director Bong Joon-ho reacts after winning the Palme d'Or (Golden Palm) for the movie 'Parasite' during the Closing Awards Ceremony of the 72nd Cannes Film Festival, in Cannes, France, 25 May 2019. The Golden Palm winning movie will be screened after the closing ceremony. EPA/GUILLAUME HORCAJUELO



Per la prima volta nella storia la Palma d’oro vola in Corea. Quello di Bong Joon-ho e di “Parasite”, feroce commedia familiare che tra comicità slapstick e spietata analisi sociale disegna l’invalicabile confine tra poveri e ricchi nella Corea del Sud, è stato un autentico trionfo. Prima le ovazioni in sala, poi le stellette della critica internazionale che proiettano subito film e regista in cima alla lista dei favoriti. Infine il suggello della giuria presieduta da Alejandro González Iñárritu, che al suo passaggio sulla Montée des Marches, lascia intendere che non ci siano state discussioni, ribadendo poi il messaggio anche dal palco: il verdetto è stato “unanime” e ha messo d’accordo tutta la squadra, nelle cui fila sedeva anche la regista italiana Alice Rohrwacher.

Si chiude così, con questa storica vittoria, la 72° edizione del Festival di Cannes, un’annata cinematograficamente straordinaria e forse irripetibile, coronata da un palmarés che riserva anche altre gradite sorprese. Come il Gran Premio della Giuria, assegnato alla giovane cineasta francese di origini senegalesi Mati Diop per la sua eccellente opera prima “Atlantique”. Un bellissimo premio che sa (finalmente) guardare al futuro, scommettendo su una cineasta piena di talento capace di affrontare la tragedia dei “boat people” con afflato magico, attraverso la storia d’amore tra i giovanissimi Ada e Suleiman. E c’è poi il premio alla migliore sceneggiatura attribuito a Céline Sciamma per “Portrait of a Lady on Fire”, appassionata love story saffica ambientata nel Settecento ma anche manifesto femminista che avrebbe forse meritato un riconoscimento più coraggioso (per le cose che dice e per come le dice). Ed è apprezzabile anche la decisione di assegnare ex aequo il Premio della giuria a due film: “Les Misérables” di Ladj Ly, ambientato nelle banlieu parigine e al magnifico “Bacurau” di Kleber Mendonça Filho. Due storie tra loro distanti, ma a loro modo entrambe “rivoluzionarie” che dimostrano l’attenzione dei giurati a un’idea di cinema “aperta”.

La capacità dei giurati di riuscire a guardare oltre il proprio naso, oltre le opere più conformi e in certa misura scontate, è dimostrata anche nella decisione di assegnare una menzione speciale al regista palestinese Elia Suleimane e al suo geniale “It Must be Heaven”, una visione attonita del mondo occidentale osservato in tutte le sue grottesche assurdità e contraddizioni. Uno sguardo che sta a metà tra Tati e Peter Sellers (con qualche tocco alla Buster Keaton). Magnifico.

Più scontato (ma indiscutibile) il premio al migliore attore che è finito prevedibilmente nelle mani di Antonio Banderas, alter ego malinconico di Pedro Almodóvar in “Dolor y Gloria” (assente il regista madrileno, indicato dagli allibratori tra i super favoriti per la Palma), mentre il premio alla migliore attrice è andato a Emily Beecham, scienziata e madre single nel film di Jessica Hausner “Little Joe”. Nell’equilibrio complessivo del palmarés stona invece il premio alla migliore regia attribuito ai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, tra i più amati cineasti del festival già premiati due volte con la Palma d’oro per Rosetta nel e 2009 e “L’Enfant–una storia d’amore” nel 2005. “Le Jeune Ahmed”, racconto minimale sulla fascinazione delle giovani generazioni immigrate per la Jihad, è probabilmente il film più modesto della loro fortunata carriera e la regia (il consolidato pedinamento) non ha fatto di certo passi avanti. Peccato. A bocca asciutta, come si temeva, l’Italia. Nessun premio, purtroppo per il maestro Marco Bellocchio. A limitare la gittata del (magnifico) film, incentrato sulla controversa figura di Tommaso Buscetta, il “Boss dei due mondi”, può essere stata la storia così profondamente radicata nei fatti di cronaca del nostro Paese. Ma “Il Traditore” comunque è piaciuto e si può affrontare il viaggio di ritorno a testa alta. —



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