Pupi Avati cerca il diavolo nell’Italia più bigotta

Pupi Avati torna a muoversi nelle zone di cinema che gli sono più congeniali, ai volti familiari di Lino Capolicchio e di Gianni Cavina, alle pianure ingrigite dalle brume e le superstizioni, trasformate in zone di terrore, sangue e oscuri segreti. Torna, dopo vent’anni, a quel gotico padano cui il regista bolognese ha fatto da apripista negli anni Settanta, a partire dal film culto “La casa dalle finestre che ridono” e poi ancora con “Le strelle nel fosso” e “Zeder”, fino a “L’arcano incantatore” (1996).

Salta agli occhi più di ogni altra cosa, ne “Il signor diavolo”, tratto dal romanzo omonimo di Avati, ambientato negli anni Cinquanta ma oggetto cinematografico fuori dal tempo, l’assoluta mancanza di interesse per la verità, cosa cui nessuno mai tende, non lo Stato, non la Chiesa. A ridosso delle elezioni politiche del ‘52, un giovane e non particolarmente brillante ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia di nome Furio Momentè, viene inviato a Venezia, dove si sta per istituire un processo contro un quattordicenne accusato di aver ucciso un coetaneo, il deforme Emilio, perché considerato il demonio. A spingerlo verso una simile convinzione, sarebbero stati una suora e un prete, e per questo a Roma – nel timore che la Democrazia Cristiana possa perdere il Veneto con il rischio di avanzata da parte del Partito Comunista – si vorrebbe vedere tutto insabbiato. Nel corso dell’indagine di Momenté, cui è affidato il compito di aprire la botola dei segreti, Avati mira a offrire una rappresentazione dell’Italia che fu, arcaica e cattolica, manipolabile e suggestionabile, ancora immersa in credenze popolari che affondano le radici in una cultura contadina dalla quale né la religione né la politica hanno interesse ad affrancarsi. Il racconto, a tratti penalizzato dal digitale che conferisce al tutto un’aria televisiva che in realtà non gli appartiene, potrebbe sembrare datato o eccessivamente impostato, ma semplicemente obbedisce alle regole del genere cui appartiene. Ed è anche una riflessione sulle radici profonde del Male, tema universale e senza tempo che non deve smettere di turbarci oggi come ieri.

BEA.FIO.







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