Quando la poesia delle radici si sposa con le ironie di Flaiano e il cinema di Debenedetti

La poesia delle radici, nei ricordi d’infanzia nella Lucania antica e severa. L’ambizione della modernità, con lo sguardo rivolto a una Milano “illuminista” costruita sul dinamismo di lavoro, consumi, profonde trasformazioni sociali. Si muove lungo queste due dimensioni “Breve storia del mio silenzio” di Giuseppe Lupo (Marsilio, pagg. 208, euro 16) il romanzo più bello e denso d’uno scrittore che ancora una volta dimostra di saper legare con maestria autobiografia lucida e malinconica con senso competente della grande Storia, affabulazione carica di ricordi e conoscenza profonda dei processi economici e culturali. La prima scena è d’un interno di casa familiare, nella fine degli anni Sessanta, in un paese del Sud. Madre maestra, padre maestro anche lui e appassionato organizzatore di incontri culturali con “intellettuali” che arrivano da Potenza e Bari, Napoli e perfino Milano. L’annuncio della nascita d’una “sorellina” sconvolge il mondo d’un bambino tanto sensibile da sentirsi emarginato dal nuovo arrivo. Il rifugio è in un lungo, ostinato silenzio. Da cui però comincia la lenta, faticosa riconquista della parola, attraverso i libri, sino a trovare, nelle pagine lette e poi scritte, il senso più profondo del proprio destino: “Ogni tanto mio padre faceva capolino nella mia stanza: ’Hai trovato la strada della tua libertà’. Era fatta di carta stampata... A partire da quell’inverno pensare al mio futuro fu come passeggiare su un infinito tappeto d’inchiostro”. Sino all’arrivo a Milano, all’università, alla scoperta dell’editoria.

Tra i principali riferimenti letterari di Lupo c’è Leonardo Sinisgalli, ingegnere e poeta, lucano di Montemurro, tutta una vita spesa tra le memorie meridionali e l’attualità del lavoro nelle grandi imprese milanesi, costruendo originale cultura d’azienda che prendeva corpo in straordinarie pubblicazioni, dalla “Rivista Pirelli” a “Civiltà delle macchine”, su cui sperimentare una fertile “cultura politecnica”, sintesi di saperi umanistici e conoscenze scientifiche. Se ne avverte chiara l’eco in “Furor Mathematicus” che Mondadori (pagg. 408, euro 24) ha appena rimandato in libreria: il mondo delle regole di chimica, fisica e geometria e quello dei segni, l’esattezza dei numeri e la forza dell’immaginazione, il calcolo e la poesia, nel racconto della ricchezza della mente umana: una conferma della forza di Sinisgalli come intellettuale contemporaneo curioso e molteplice, tutt’altro che un “io diviso”.

Parole acute, lucide e taglienti ricorrono in “L’occhiale indiscreto”, la raccolta di articoli di cultura, cronaca e costume di Ennio Flaiano, ripubblicata da Adelphi (pagg. 278, euro 15): scrittore ironico ed eccentrico, giornalista originale (“Il Mondo”), sceneggiatore cinematografico (con Fellini per “La dolce vita” e “Otto e mezzo”), gli si deve una disincantata osservazione di vezzi e vizi italiani, della leggerezza di carattere, dell’intolleranza e d’un insopportabile cinismo, di cui ancora oggi diamo riprova. Rileggerlo, dunque, Flaiano. Per non dimenticare il nostro specchio della verità.

Tra letture e riletture, un posto in prima fila spetta a Giacomo Debenedetti, uno dei maggiori critici letterari del Novecento, ma anche lucido critico cinematografico, fin da quegli anni Venti in cui pochissimi riconoscevano al cinema qualità artistiche tali da sollecitare considerazioni che andassero oltre il successo di pubblico. I suoi scritti sono stati raccolti da Orio Caldiron in “Cinema: il destino di raccontare” (La nave di Teseo, pagg. 381, euro 25): analisi teoriche sul rapporto tra cinema e letteratura, ritratti di personaggi, recensioni, con un’attenzione particolare per il cinema americano, i grandi registi (acute le pagine su Pabst, von Stroheim e il Fleming di “Capitani coraggiosi”), la suggestione dei cartoon di Disney e, naturalmente, le donne del mito, da Greta Garbo a Katherine Hepburn “così fragile e femminile e lieve”. E con un saggio mirabile sulla “Poesia di Charlot”, con “l’inguaribile e patetica melanconia” e “l’irrimediabile senso di solitudine”. Poesia in forma di film, appunto. —

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