Quegli uomini in nero sono noiosi e troppo politicamente corretti



Due prologhi: il primo a Parigi, nel 2016, con una temibilissima visita aliena fronteggiata da una nuova coppia di MiB, gli agenti H (Chris Hemsworth) e T (Liam Neeson) al posto dei leggendari J e K (Will Smith e Tommy Lee Jones) che animavano i film della celebre saga degli anni’90; l’altro a Brooklyn, venti anni prima, quando la piccola Molly trova nella sua camera da letto una piccola creatura proveniente dallo spazio che aiuta a fuggire (particolare apparentemente insignificante, eppure quasi un marchio di fabbrica che tradisce inequivocabilmente la presenza della spielberghiana Amblin tra i produttori). È un incontro che lascia il segno, custodito in segreto fino all’età adulta, quando la giovane donna cerca in ogni modo di farsi reclutare da quei misteriosi agenti in nero intravisti solo per pochi istanti dalla finestra della sua cameretta quand’era bambina.

Il tema musicale e la grafica dei titoli di testa, fedeli alla tradizione dei primi tre capitoli della saga, proiettano subito lo spin-off verso un nuovo scenario in bilico tra passato e presente, apparentemente immutato e invece aggiornato ai giorni nostri, mantenendo sì alcuni elementi di continuità, ma introducendo lo spettatore alle diverse novità che lo attendono. A partire dall’adozione di un punto di vista femminile (nuova ossessione hollywoodiana spesso maldestramente gestita da uomini): quello di Molly (Tessa Thompson), perseverante e caparbia, talmente decisa a non abbandonare il suo sogno che, dopo essersi clandestinamente introdotta nel quartier generale dei Men in Black, riesce a ottenere un periodo di prova (perché neanche i MiB assumono più) nella sede di Londra, al fianco del più esperto, indisciplinato e irresistibile Agente H. Conquistata l’ambita divisa nera, i due partono alla ricerca di una potentissima arma per riavere la quale dovranno affrontare pericoli, avventure e tradimenti attraversando mezzo mondo. I tempi sono cambiati, si diceva. E il nuovo “Men (and Women) in Black” è figlio del suo tempo. Ma non è tanto la trama del film, decisamente irrilevante, a testimoniare il cambio di passo rispetto al passato, quanto l’operazione produttiva in sé, che da un lato dichiara nell’internazionalità del titolo la cordata di partecipazioni straniere (e quindi di location da visitare) con l’ambizione di raggiungere il mercato dei diversi paesi coinvolti, dall’altro la political correctness all’interno della quale il film intende muoversi: in equilibrio di razze, già garantito ai tempi dalla presenza di Will Smith, ma soprattutto di genere, con una protagonista donna, incline a sacrificare la vita privata per inseguire le sue passioni, e quindi perfetta per incarnare un modello femminile vincente, diverso da quello tradizionalmente imposto anche a Hollywood. Che il nuovo film, quindi, politicamente “giusto” ma noioso, non abbia più i connotati del vecchio “buddy-movie” è inevitabile. Resta lo scoglio di una coppia comica che, al contrario della precedente, non fa più ridere e di una scrittura programmatica così spinta verso la correttezza del messaggio che vuole trasmettere da perdere di vista l’intrattenimento che dovrebbe garantire.





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