Racconto il dolore di Marie Curie che è lo stesso che provo io

La scrittrice Rosa Montero in “La ridicola idea di non vederti più” parla della scienziata attraverso il diario che ha tenuto dopo la morte del marito



Prima donna a laurearsi in scienze alla Sorbona, prima ad avere una cattedra, prima a vincere, nel 1903 e insieme al marito Pierre, il Nobel per la Fisica e poi, da sola nel 1911, quello per la Chimica. Donna spettacolare, una Mutante, secondo Rosa Montero, che in questo splendido “La ridicola idea di non vederti più” (Ponte alle Grazie, pagg. 228, trad. Bruno Arpaia, 16 euro) ne fa un paradigma, un archetipo di riferimento per riflettere su molte delle cose che stanno al centro dei suoi pensieri di donna e di scrittrice. Nata nel 1867 in una Polonia che di fatto non esiste, quella che allora si chiama Manya ed è figlia di genitori aristocratici decaduti, colti e intelligenti, perde una sorella maggiore per tifo e la madre per tubercolosi. Le ristrettezze economiche, la sudditanza a quelli che Montero definisce come hashtag OnorailPadre e FaiLaCosaGiusta e il gramo panorama offerto a una donna dei tempi la portano a fare l’istitutrice. Si innamorerà del figlio dei padroni, che, naturalmente, non la considereranno all’altezza.

Vicenda dolorosa che Montero legge però positivamente: Curie ha evitato così di perdersi dentro la normalità. Quante altre meravigliose donne radioattive non sono mai giunte a irradiare! Manya, anche grazie alla solidarietà con la sorella Bronya, potrà così completare gli studi, diventare Marie, sposare ed amare Pierre Curie, scoprire radio e polonio, sopravvivere alla vedovanza e creare scandalo per un nuovo amore irregolare e perfino partecipare alla guerra con le cosiddette “Piccole Curie” mezzi mobili per radiografie, prima che la sua passione scientifica la uccida. Montero ha incontrato per caso il diario di dolore che Marie Curie ha tenuto dopo la morte improvvisa dell’amatissimo Pierre. Un testo scarno, ma profondamente toccante che ha colto come occasione per ragionare sulla determinazione, sull’importanza dell’immaginazione (per vivere dobbiamo raccontarci, la nostra memoria in realtà è un’invenzione) sulla letteratura (in qualche modo il narratore è come un medium), sulla felicità (che è sempre minimalista), per citare libri amati e memorie, ma soprattutto per dirsi e dirci in un sussurro di Pablo, il suo compagno che non c’è più. Lo fa da grande scrittrice: “La parte più importante dei buoni romanzi”, dice ,“ è racchiusa nelle ellissi, nell’aria che circola tra i personaggi… il luogo di Pablo è al centro del silenzio”. —

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