Ricordi di famiglia di Claudio Zanier il bambino di via Buonarroti 22
Via Buonarroti è una lunga strada che, dopo aver incrociato via Rossetti, si inerpica verso Chiadino. È un tratto molto bello su cui si affacciano ville e giardini; molto tranquillo perché lontano dalla frenesia del centro cittadino. La salita costituisce l’esterno in cui si muove il protagonista dei 32 racconti che compongono “Buonarroti 22 – Scene da un’infanzia triestina” di Claudio Zanier (Eut, Edizioni università di Trieste, 169 pagine, 12 euro). L’interno è dato invece da un ampio appartamento borghese al terzo piano della villa al civico 22, in cui convivono, con qualche screzio, la mamma e il papà dell’autore insieme ai nonni paterni. Il periodo è quello immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale.
Claudio Zanier, per lunghi anni docente di storia dell’Asia all’Università di Pisa, racconta la sua infanzia triestina con rapide pennellate, componendo un quadro che descrive con grande efficacia quegli anni travagliati, visti attraverso gli occhi di un ragazzino. E gli riesce bene di abbozzare personaggi e situazioni, con i tanti punti interrogativi che non vengono soddisfatti dagli adulti. Adulti che spesso nascondono qualcosa, specie se i bambini sono curiosi, come il protagonista, che viene depistato dalla madre e dalle sue sorelle, le Miloch, anche parlando “a la versari”, in dialetto “a la riversa”, cioè alla rovescia. Sono frequenti le incursioni nel dialetto dell’autore che ripesca modi di dire come “mici moci quatro oci” che affliggeva chi portava gli occhiali, oppure “fioi e colombi sporca la casa” per alludere ai bambini che si lasciano scappare affermazioni imbarazzanti, peraltro spesso sentite dai genitori.
I racconti evocano un mondo fatto di arrampicate sugli alberi, di pericolose acrobazie sui muretti cosparsi di cocci di vetro, di corse “co le baliniere” i rudimentali carretti con i quali i ragazzini si lanciavano all’impazzata sulle tante erte strade di Trieste, di fughe davanti ai “muloni” di via Livaditi e più in la dove viveva il proletariato. Un mondo fatto da personaggi come “no bevo più”, di parenti serpenti, di pettegolezzi e di dignitosa sobrietà di vita. Ma dietro le scorribande dei “muleti” si affaccia la grande storia delle occupazioni tedesca, titina, alleata, dell’esodo, delle manifestazioni per l’italianità, che vedono il protagonista abbarbicato a un palo, dove lo ha messo la mamma, ingiungendogli: “Tiente strento” mentre arrivavano gli inglesi a caricare la folla. Per il ragazzino è un’avventura, che rende l’atmosfera di precarietà ma anche di speranza in cui Trieste viveva settant’anni fa. —
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