Robert Eisler, quel furto a Udine mai cancellato

Il grande studioso, filosofo e storico, autore di “Uomo diventa lupo” rubò a Palazzo Arcivescovile e il fatto pesò per sempre sulla sua carriera



Ai nostri giorni suona come una favola, ma c'era una volta in cui per il furto di un libro si era processati, si scontava la pena in prigione e si pagava lo scotto con un disprezzo sociale inestinguibile.

È a Udine che Robert Eisler, di cui Adelphi ripubblica "Uomo diventa lupo" (pagg. 408, euro 26) nella traduzione di Raul Montanari, con materiali aggiuntivi rispetto all'edizione Medusa del 2011, trafuga nel giugno del 1907 dalla biblioteca del Palazzo Arcivescovile un prezioso codice del XV secolo. Il bibliotecario don Nicolò Pojani denuncia, Eisler in questura nega, ma in posta è rivenuto il pacco destinazione Vienna; Eisler afferra un temperino ferendosi alla gola, in cella cercherà di tagliarsi le vene. Lo scandalo trova eco nei giornali italiani e tedeschi e da allora l'élite intellettuale ne approfitterà per tenerlo ai margini.

Ad aggravare la posizione del venticinquenne studioso, è un dispaccio da Vienna alle autorità italiane che a Trieste Eisler era stato trovato in possesso di una foto pornografica. La carriera di erudito di questioni filosofiche, religiose e archeologiche, ma dottore in economia, non era ancora cominciata, eppure il calibro del suo intelletto era lampante per il filosofo Benedetto Croce, se lo rincuora, pronto a testimoniare in suo favore e si rammarica dell'accaduto con il collega Giovanni Gentile. Invece risolve la mamma, con la promessa di ricoverarlo nel manicomio di Gorizia.

È solo l'inizio di un'esistenza travagliata - non meno dei sui saggi, tutti così pieni di problemi insoluti da offrire uno spettro infinito di possibilità combinatorie - complicata dalla sua condizione di ebreo battezzato. Sospetto ai cristiani per la conversione, inviso agli ebrei per l'apostasia. Il coraggio non gli fa difetto: sul campo di battaglia della Grande Guerra riceve la medaglia d'argento ed è nominato cavaliere sia dell'Ordine di Francesco Giuseppe, sia della Croce di Ferro.

Vent'anni dopo sarà internato a Dachau e Buchenwald, ma quando riesce a riparare in Inghilterra nel 1939 gli viene scippata la promessa cattedra a Oxford. Come un condor, sul suo capo volteggia l'inemendabile furto udinese, pare non l'unico di libri, però lo rende sospetto anche una cultura sconfinata, ritenuta troppo luccicante per essere accademica, innestata su asfissianti abitudini autopromozionali che cozzano con il decoro britannico.

Eisler è anomalo come il suo "Uomo diventa lupo", sconvolgente anatomia della distruttività umana, uscita un anno prima della morte, nel 1949, scritto di una trentina di pagine con un apparato di note, approfondimenti, citazioni e rimandi per altre duecento.

Lineare ma perturbante la tesi della ricerca: se l'uomo moderno è uno spaventoso predatore, e se, al contrario il suo antenato era un primate frugivoro, a un certo stadio dell'evoluzione deve essersi verificata una mutazione bestiale. Questo sarebbe il senso della Caduta raccontata nella Genesi e ricorrente in miti, mistica, folklore e leggende dei luoghi più disparati del pianeta.

Deve esserci stato un punto di frattura, una transizione storica, in cui gli esseri umani abbandonarono la vita vegetariana e di gregge e cominciarono a imitare strutture gerarchiche e pratiche di caccia del branco di lupi. L'istinto alla crudeltà non sarebbe dunque innato ma si sarebbe radicato nell'inconscio collettivo in seguito a una modificazione genetica. Se così fosse, si potrebbe ipotizzare un ritorno a un mondo più assennato, che il licantropo dentro di noi ammansisca e l'umanità torni all'innocenza. Al di là dell'auspicio, di Eisler resta la sua indagine stupefacente come un caleidoscopio in cui ogni frammento genera riflessioni multiple. —

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