Rovatti a Vicino/Lontano racconta la sua filosofia alla ricerca della “non verità»

2004 / MILAN: PIER ALDO ROVATTI PHILOSOPHER / © ARMANDO ROTOLETTI / AG. GRAZIA NERI
2004 / MILAN: PIER ALDO ROVATTI PHILOSOPHER / © ARMANDO ROTOLETTI / AG. GRAZIA NERI

Mary B. Tolusso / udine

Siamo negli anni’40. Lui è il più piccolo di cinque fratelli. La famiglia è di Novi Modena, ma sarà costretta a sfollare con varie soste fino ad arrivare a Milano. Ma prima abitano in una piccola villetta a Moltrasio, una casa con un grande giardino e una parete di roccia alle spalle, luogo ideale per svagarsi con i fratelli, ottimi compagni di gioco: «Il gioco, che rimarrà per me una presenza, l’ho imparato da loro». A dirlo è Pier Aldo Rovatti durante una lunga conversazione con Nicola Gaiarin, una vera e propria biografia dal titolo accattivante, “La filosofia è un esercizio” (La Nave di Teseo, pag. 240, euro 17), che sarà presentato domani in anteprima nazionale al Festival Vicino/Lontano (Oratorio del Cristo, ore 11. 30). Ed effettivamente pare un esercizio anche questa biografia, tesa com’è a discutere una vita e un pensiero. Insomma ne esce un’esistenza articolata fin dall’inizio. «Quando annuncio a mio padre che mi iscrivo a Lettere e filosofia, la sua faccia dice tutto», spiega Rovatti. E alla faccia si accompagna una serie di esclamazioni, del tipo «così ti rovini la vita». Il resto è storia: il primo contributo per la rivista “aut aut”, siamo nel 1964. I primi libri – 1969 – dedicati a Whitehead e a Sartre. Il primo maestro, Enzo Paci, da cui impara proprio quell’esercizio filosofico a cui dedicherà tutta la vita. Filosofia come esercizio del dubbio, apertura, ascolto, autocritica, esercizio di pratiche. Perché fare un passo indietro, rischiare, “indebolire” va bene nel momento in cui c’è un obiettivo, senza pensare di esserci arrivato una volta per tutte. Paci non amava Heidegger, lo guardava con sospetto. Rovatti riprenderà il filosofo tedesco più tardi, con il “pensiero debole”, tuttavia, dice, «io mi sento erede di Paci anche quando poteva sembrare che entrassi nel territorio che lui aveva considerato proibito. Come Heidegger o Lacan. Penso che lui mi abbia insegnato a leggere un autore per farlo mio». È quello che fanno i maestri. Ed è impossibile non percepire alcuni insegnamenti dettati dal rischio di una vita che pone in primo piano un’etica. Paci era inviso all’Accademia, fu uno dei pochi docenti vicino al Movimento Studentesco, accanto agli allievi, contribuiva a far girare Marcuse e Basaglia: «io che venivo da lì, e che in seguito pensai bene di frequentare Toni Negri, non avevo molte chance accademiche. Per cui dovetti andare altrove…». Grazie a Gillo Dorfles, nel 1976 giunge a Trieste. Certo in mezzo ci sta un’altra vita. Se da Paci aveva appreso quella fenomenologia che serve per interrogarsi sulla soggettività, coniugata alle contestazioni dell’epoca, dagli anni Ottanta c’è una svolta su temi nodali, come il rapporto tra potere e sapere. Rovatti si muove su più piani, dalle lezioni universitarie alla direzione di “aut aut”. La filosofia indaga altri linguaggi (l’arte, la psichiatria, il gioco) passando attraverso “Il pensiero debole” (1983), ideato con Gianni Vattimo, una svolta sicuramente fondamentale per Rovatti, meno per il filosofo torinese. Un movimento di pensiero forse troppo in anticipo sui tempi, probabilmente più in accordo con quest’epoca. La filosofia italiana apre nuove porte, Rovatti dirige diverse collane editoriali, fa conoscere Lacan, Deleuze, Foucault, Derrida, Lyotard, insomma il linguaggio filosofico viene fatto esplodere, o almeno si tenta di farlo, l’esigenza è quella di indagare altri codici, sempre con chiarezza, esplorare il pensiero tramite la stessa “oralità” (pratica che Rovatti ben apprende grazie alle sue precedenti collaborazioni con Il Piccolo Teatro di Milano). Gaiarin accompagna il filosofo con versatilità, fluisce con lui nelle rievocazioni di diverse fasi, dei personaggi con cui ha maggiormente collaborato, prima Veca, poi Vattimo e Dal Lago, le tante pubblicazioni, fino alla Scuola di filosofia, nata a Trieste nel 2014, il punto di arrivo di un esercizio critico iniziato nel 1964, dove si sviluppano i cardini del pensiero e di una vita dove l’obiettivo è sempre mettere in crisi tutto ciò che sembra scontato per indagare «la paradossale omogeneità della non verità». —

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