Sally Rooney voce dei Millennials ma la sua è una storia come tante
Con il suo romanzo d’esordio, scritto in tre mesi (“Parlarne tra amici”), Sally Rooney si è cucita addosso l’etichetta di “scrittrice dei Millennials”. Ora, con “Persone normali” (Einaudi, pagg. 240, euro 19,50) a quanto pare la conferma: con i suoi 28 anni, la scrittrice irlandese è considerata la portavoce letteraria di questa generazione. È il come che lascia perplessi. Perché questo secondo libro non si discosta poi molto dal primo: solito fraseggio banale, a tratti elementare, introspezione superficiale, una lettura faticosa e affaticata dall’assenza del virgolettato nei dialoghi, una storia come tante, raccontata come tante, che non si comprende in quale modo dovrebbe aiutare i genitori (o gli stessi Millennials) a capire questa generazione.
I protagonisti di questo secondo romanzo sono due giovani irlandesi e pure in questo romanzo si parla di relazioni, di coppie scoppiate, di insicurezze e di paure di una generazione. Peccato che di amori fondati non sulla quotidianità, la condivisione, la sicurezza, la progettualità, ma di amori che si nutrono di paure, nevrosi, slanci improvvisi e tentennamenti a go go, beh, forse ne abbiamo già visti e letti abbastanza. E magari da adolescenti quali sono i protagonisti del romanzo, Connell e Mariannne, è pure normale.
La storia è banale: Connell e Marianne frequentano la stessa scuola di Carricklea, un piccolo centro dell’Irlanda rurale. A parte questo, non hanno niente in comune. Lei appartiene a una famiglia agiata, lui è il figlio di una donna single che per mantenerlo fa la domestica in casa d’altri (quella della madre di Marianne). Lui è il bel centravanti della squadra di calcio della scuola e fra i compagni è molto amato (anche perché insegue il branco), mentre Marianne, che nella pausa pranzo legge da sola Proust davanti agli armadietti, è quella strana, quasi “malata”, evitata da tutti. Ma Connell e Marianne sono «come due pianticelle che condividono lo stesso pezzo di terra, crescendo l’una vicino all’altra, contorcendosi per farsi spazio, assumendo posizioni improbabili»: così, nella loro crescita si appoggiano e si scavalcano, si amano, si promettono, si mollano, si perdono di vista, si fanno molto male ma anche molto bene, e la sofferenza che si procurano non è che una sorta di boicottaggio di loro stessi, della possibilità di essere “normalmente” felici. Li seguiamo tra le pagine per quattro anni: durante l’ultimo anno di liceo, poi matricole all’esclusivo Trinity College di Dublino, girovaghiamo con Connell negli ostelli in Europa (farà tappa anche a Trieste, una sosta per vedere Marianne, ma della città non scrive nulla, impossibile persino “geolocalizzare” l’ostello). In un modo o nell’altro entrambi aspirano alla normalità, Connell per un’innata benché riprovevole pulsione di conformità, Marianne forse per sfuggire a quella profonda sensibilità che tanto dolore le causa e che facilmente vira all’autodistruttività. Per anni Marianne e Connell si ruotano intorno «come pattinatori di figura», promettendosi, negandosi, dimostrando alla fine che quella che li lega è una storia d’amore. —
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