Carlo Verdone sceglie lo streaming: arriva “Scuola di seduzione” su Paramount+

Il rischio flop è azzerato dalla mancanza di numeri, ma si fatica a cogliere il senso della messinscena in un progetto privo di identità

Gian Paolo Polesini
Carlo Verdone, autore del nuovo film approdato su Paramount +
Carlo Verdone, autore del nuovo film approdato su Paramount +

Sei abbonato a Paramount+? Allora sì, il ventottesimo film di Carlo Verdone — “Scuola di seduzione” — ce l’hai in casa, altrimenti pazienza. Niente cinema “vero”. Non è una notizia sorprendente: il mondo dell’audiovisivo del post Covid ha subìto comprensibili deviazioni e cinquecento sale italiane hanno lasciato il posto a supermercati, banche, negozi, park.

Le piattaforme impongono un consumo più domestico e ci raggiungono quando siamo sprofondati nel divano. Con un abbonamento qualsiasi è facile coltivare la pigrizia. Mentre il teatro richiede presenza e condivisione delle emozioni, il cinematografo ha un carattere più accondiscendente: se lo vai a trovare dove il suono è potente ne sarà felice, se lo raggiungi attraverso un televisore, ringrazierà ugualmente.

Non esiste nemmeno la paranoia propria dei programmi Tv, ossessionati dagli umori dello share. Nessuno sa quanti spettatori abbiano onorato una serie o un film sul web. Le pellicole viaggiano in mezzo mondo, sbucano nei tinelli americani, canadesi, coreani, inglesi, australiani con la discrezione di chi non ha affatto il piglio dell’invasore, al contrario, e si sforzano il minimo sindacale affinché il pubblico si accorga della loro esistenza. Ci pensa poi la rete a promuovere o, eventualmente, a silenziare la proposta.

Il sistema ha virato già da un lustro abbondante e il nuovo assetto mondiale non concede nostalgie. Verdone lo ha capito da tempo. Con “Vita da Carlo” ha trovato nello streaming la sua dimensione naturale: prima Amazon Prime Video, poi Paramount+. Un racconto personale costruito su una versione filtrata e romanzata della realtà. Non quella autentica, sia chiaro. Così funziona: a volte ci caschiamo, confondendo per verità le fantasie degli sceneggiatori studiate apposta per fregarci.

Logico che Verdone sia stato scelto per supportare il network di recente formazione affinché l’utente si ingolosisca dell’opportunità di ritrovarsi in salotto l’ultimo ciak di Carlo. Anche Paolo Sorrentino, dopo un veloce morso in sala di “È stata la mano di Dio”, è saltato subito su Netflix, per rimanerci.

Il rischio flop, si diceva, è azzerato dalla mancanza di numeri. Scegliere la soluzione di nicchia, oltre che conveniente, è pure esente da rischi. Poche recensioni, nessuna classifica. Su Netflix, certo, c’è la top ten, ma è un podio indicativo e non dà sentenze in caso d’improvvisa dipartita. Rimanere in testa per settimane concede all’opera una sorta di effimero “trionfo”, altrimenti nessuno si permette eventuali omelie dal pulpito della messa laica.

L’affetto infinito per Verdone ci rende difficoltosa la cerimonia funebre di “Scuola di seduzione”, una pellicola priva di appeal e concentrata sull’amore, su cos’altro sennò?, con divagazioni piuttosto vetuste che conducono alla rivelazione finale, ovvero a una delle migliaia di frasi già lette sui foglietti dei baci Perugina. L’amore è…

Il muro portante del film è un corso fondato sulla miglior amministrazione dei gesti e delle strategie usati dai mortali per trafiggere il cuore dell’amato/a. A guidare uno sparuto manipolo di adepti c’è Karla Sofia Gascón, nata Juan Carlos, magnifica protagonista di “Emilia Pérez”, il musical che si dibatte nel mondo violento dei cartelli messicani.

Pure Vittoria Puccini e Lino Guanciale figurano fra gli allievi. Una possibile figlia di Clemente (Verdone) individuata in classe, movimenta la fragile trama che attraversa le altrettanto esili sottotrame, sparse nelle varie fasi dello studio sugli umani palpiti.

Si fatica a cogliere il senso della messinscena, essendo questo un progetto privo di identità: non abbastanza comico, non abbastanza drammatico. Una commedia dove ridi poco e ti emozioni altrettanto poco. Nemmeno Carlo riesce, come sempre è successo in passato, a uscire dallo schermo per prendersi l’applauso.

Quando il cinema nasce per la televisione — o per lo streaming — rischia di perdere forza, misura e necessità. Il cortocircuito è evidente.

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