Sergio Cecovini firma “Anice a 90” un bilancio laico della sua vita



Anche gli assicuratori hanno un’anima. A immaginarlo sommerso da quella mole di tabulati fitti di righe piene di numeri e percentuali, forse non lo si direbbe, ma il top manager del ramo sinistri si interroga sul mistero di quei ventuno grammi, il peso che, ormai per convenzione, avrebbe l’anima umana. E forse perché abituato dal costante confronto con la realtà del dato oggettivo, non fa sconti e non si illude, ha la capacità e il coraggio di guardare dritto negli occhi lo specchio che rimanda l’immagine di un uomo che, con una certa inquietudine, si scopre ‘invecchiato sì, e alquanto imbolsito, ma non ancora disfatto’.

Quando si è agnostici e non si possiede una fede religiosa, quello sguardo privo di consolazione ma anche libero da infingimenti, superato un certo smarrimento iniziale, è più dritto, più forte e in grado di guardare dentro, di conoscere se stesso meglio di tanti altri. Però non c’è orgoglio, nelle parole che Sergio Cecovini affida alla carta in questi racconti in cui fa inevitabilmente il conto con la propria vita, una sorta di laico redde rationem, ma si percepisce il ciglio asciutto, la logica di affidarsi sempre e soltanto alla ragione umana, sostegno fondamentale dell’individuo.

‘Anice a 90’ (Battello, 94 pagg., 13 euro) che sarà presentato domani alle 18 alla libreria Minerva dal professor Elvio Guagnini, è volumetto in bilico tra ricordi di gioventù, come quello che dà il titolo alla raccolta e che rievoca i tempi del servizio militare, ed elucubrazioni sul come affrontare la solita ‘marmellata esistenziale’.

Il tono ricorda per certi aspetti il ‘Piccolo testamento’ di Eugenio Montale, quando il poeta ligure scrive che ‘questo che a notte balugina nella calotta del mio pensiero non è lume di chiesa o d’officina che alimenti chierico rosso o nero’. Come chiosa Claudio Grisancich nell’introduzione al libro, «sgombrati mente e cuore da improbabili certezze, Cecovini affida il senso di sé, persona nel flusso della Storia, al proprio vissuto, alla memoria. Il presente è frastuono indecifrabile, il futuro è nulla, soltanto il passato ci certifica». Emergono così episodi lontani della naja, oppure legati alla pratica dello sci da fondo, insieme a crudi e ansiosi retroscena ambientati negli uffici di una compagnia assicurativa (‘Apoteosi di un condirettore generale’) in cui si muovono come squali freddi ‘tagliatori di teste’ ai quali opporre strategie di resistenza supportate dal Prozac e qualche cicchetto. Infine, dimessi i completi del manager, Cecovini si rilassa e dal suo gabinetto di riflessione si dispone a guardare il ‘prezioso domani’ con una certa ‘speranziella’, che è il massimo che è dato a chi non possiede l’ottimismo degli ingenui. —



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