Settant’anni fa lo “Zibaldone” di Anita Pittoni porto letterario per sogni e illusioni di Trieste

SIMONE VOLPATO
Settembre caldo per la Trieste letteraria, il mese dove si festeggiano sia i 100 anni della Libreria del poeta Saba sia i 70 anni de Lo Zibaldone di Anita Pittoni.
Era proprio il settembre del 1949 quando dalla fucina mentale del trio Anita Pittoni, Luciano Budigna e Giani Stuparich, usciva il primo numero di questa lungimirante esperienza editoriale: le Memorie di Giovanni Guglielmo Sartorio. A Bazlen, la Pittoni scrive di aver fondato la più importante casa editrice italiana (non le mancavano l’autostima e il coraggio) con sede nella città più periferica dell’ex impero. E sempre a Bazlen, che premeva affinché si aprisse alla letteratura mitteleuropea, lei risponde che vuole pubblicare titoli, anche disparati e poco letterari (vedi Riflessioni sul porto di Trieste di Antonio De Giuliani, Trieste e l’America di Oscar de Incontrera) che diano l’immagine di una città quale porto sicuro per sogni e illusioni.
Donna seria e determinata la Pittoni, dopo aver smesso i panni dell’artista nel campo della moda (ai Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste Michela Messina ha creato la Sala del tessuto della Pittoni e ha studiato l’archivio dell’artista), facendo leva su pochi risparmi, si inventa editore di talento e di bellezza. E sceglie questo destino, come si legge nel primo bollettino editoriale del 1949, dal titolo Giustificazione e invito, perché «Trieste è una città lontana. La sua natura e la sua funzione sono determinate da questa lontananza... Il maggior pericolo per un avamposto è quello di restare isolato: inevitabile e rapida ne sarebbe la scomparsa. La tiratura dei volumi sarà limitata ad un massimo di 350 esemplari. E ciò non per un adescamento ai bibliofili, ma per concrete ragioni di modestia: modestia economica prima che psicologica».
Pesi e misure
Da subito, si sobbarca le mansioni di editrice, correttore di bozze, dattilografa, artigiana, postina. A questo progetto ardito s’avvicinano Giotti, Saba, lo scultore Ruggero Rovan e l’amico Vito Timmel. E i libretti come farfalle vanno a depositarsi nelle scrivanie di Pasolini, Montale, Falqui, Betocchi, Barile, Scheiwiller che diventano suoi ammiratori. Perché i libri sono interessanti nel contenuto e costruiti con sapienza tipografica. Le misure sono standard: 127 mm di base e 175 di altezza; variabile il peso: Memorie di Sartorio, 126 gr; Versi di Giotti, 76 gr; Diario per la fidanzata di Svevo, 156 gr; Vita di mio marito di Livia Veneziani Svevo, 356 gr. Si usa la carta Rusticus, pura cellulosa 100% della Cartiera Ventura di Cernobbio, che garantisce leggerezza; si stampa in carattere Bodoniano corsivo (il carattere del duo Saba-Giotti), Antiqua tondo e corsivo, Elzeviro, Aster (prodotto dal 1958 dalle Officine Simoncini di Bologna). A fornire il repertorio dei caratteri è la Editoriale Libraria di Trieste (quella di Pik Badaluk) mentre i libretti sono stampati dalle Arti Grafiche Fratelli Cosarini di Pordenone, gli stampatori del primo Pasolini.
In una relazione inviata all’editore Ricciardi, Anita parla del proprio pensiero tipografico: «Studiai fin dal primo volume una veste editoriale adatta ad essere mantenuta per tutta la collana, in armonia col diverso carattere dei libri. Decisi per una carta raffinata all’interno (visto che ci si doveva limitare nella tiratura) e per una copertina dimessa che non facesse colpo al momento ma richiamasse un po’ alla volta l’affettuosa attenzione del lettore, nitida nelle sue diciture come nitido e chiaro doveva essere il libro in ogni sua pagina (e anche qui mi soccorse la mia esperienza nelle esigenze dell’arte decorativa). Decisi per un formato tascabile che cooperasse a fare un libro intimo che facilmente si porta con sé».
il catalogo
I volumi pubblicati costituiscono un canone letterario triestino dove campeggiano Saba, Giotti, Svevo (ma anche Kezich e Grisancich). Pittoni è agguerrita nel chiedere inediti, nel rivaleggiare con altri editori (pensate allo scontro con Dall’Oglio per i materiali sveviani o con Einaudi per le lettere di Saba). Alla fine stampa 38 libri ma in realtà è più ampio il catalogo dei libri mai usciti: le poesie e prose di Carlo e Giani Stuparich, gli inediti di Joyce e Svevo, di Saba e Giotti (da qui nel 1963 l’ideazione del Centro di Studi Triestini Giani Stuparich dove riunisce bozze, autografi, dattiloscritti, disegni di grandi scrittori giuliani – le plaquette di Saba e Giotti, i raccontini di Svevo, il carteggio di Bazlen con Saba). L’archivio editoriale, sebbene sia stato in gran parte disperso, è conservato alla Biblioteca civica A. Hortis: più di 2500 schede (censite, descritte con competenza dalla bibliotecaria e studiosa Gabriella Norio) che rappresentano un vero e proprio tesoro letterario che dovrebbe, e lo sarà penso, diventare il perno del Museo letterario, sorta di vetrina dei fondi, ricchissimi della Hortis.
Donna di talento e di grande forza in un mondo editoriale declinato al maschile (ma in lei vedo la tempra di Ginevra Bompiani, di Rosellina Archinto, di Orietta Fatucci) la Pittoni era conscia del significato etico di stampare la mente degli scrittori e di farlo, come scrive a Vanni Scheiwiller in modo «sobrio di gusto, modesto all’esterno, accuratissimo nella stampa... Lo stile editoriale e l’impostazione tecnica del libro sono qualità dovute ad Anita Pittoni, maestra dell’arte tipografica e tecnica, che ha saputo creare fin dal primo libro, il TIPO delle edizioni cui si è mantenuta fedele». Settant’anni senza sentirli! —
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