Sklovskij, il carrista che in guerra scriveva saggi

Potrebbe essere lo stato d'animo di un nostro studente, magari alle prese con l'esame di maturità. "Me ne stavo a casa, studiavo da solo, preparandomi agli insuccessi... È stato allora che ho letto Tolstoj..." . Se "Guerra e pace" risolve molti problemi altrettanti ne pone, medita il precoce Viktor Sklovskij di cui Adelphi pubblica nella traduzione di Mario Caramitti "Viaggio sentimentale" (pagg. 346, euro 22). Teorico della letteratura, scienziato della parola, più apprezzato e studiato in Occidente che nella sua Russia, almeno fino a pochi anni fa, Sklovskij è tra i rari scrittori non di regime dell'epoca staliniana a morire ultranovantenne nel suo letto, nel 1984. Forse perché, racconta con ironia, già aveva detto tutto di sé in "Viaggio sentimentale" anomala autobiografia scritta appena a trent'anni, e non c'era altro da indagare. Del resto si può dire che nel 1923, anno della pubblicazione del libro a Berlino, per lui già tutto era accaduto. Partito volontario per il fronte durante la Prima guerra mondiale, aveva preso parte al rovesciamento dello zar ma non aveva sostenuto la rivoluzione bolscevica, partecipando anzi a un complotto anticomunista, membro nelle cellule clandestine del Partito socialrivoluzionario: «noi socialisti abbiamo 'scaldato’ la Russia per i bolscevichi», constata amaro.
Ufficiale carrista è un mago nell'assemblare pezzi di motore eterogenei e rigenerare blindati ridotti in condizioni mostruose, però non è in grado «di mettere insieme e di trovare un nesso tra tutte le stranezze che ho visto in giro per la Russia». Allora le utilizza da un punto di vista diverso. Presa nota dell'inestricabile guerra fratricida, scatenata da ideologie bric-à-brac come i soldati mezzi morti di fame e freddo, e vinta dalla setta più darwiniana, piega nell'autobiografia la sovrapposizione dei fatti alle improvvise illuminazioni che gli sprizzano da dentro come le schegge da un proiettile.
Alle aringhe, avvisava un dispaccio ufficiale, bisogna eliminare testa e coda, già guaste. Intanto Sklovskij, su un piccolo tavolo rotondo, libri sulle ginocchia, scrive il saggio "Il legame tra i procedimenti di composizione dell'intreccio e i procedimenti generali dello stile".
Dalla guerra estrae miracolosi frammenti di pace. Tolstoj lui lo aveva scoperto a sedici anni, gli si era levato come un mattino, ma riaffiora sempre nelle riflessioni di Sklovskij, come un contemporaneo che pone costantemente il problema della "verità" nella letteratura, che sa coniugare la verità dell'invenzione con quella storica. Così, all'apparenza disorganico e affastellato, "Viaggio sentimentale" crea la sensazione che il tempo del lettore e dello scrittore coincidano perfettamente, come in Tolstoj.
Frasi brevi, staccate, unite per associazione. Il pensiero sistematico e la logica ferrea non sono nello stile di Sklovskij, che scrive come parla, non avrebbe potuto fare l'accademico. Ma della sua teoria letteraria dello "straniamento", atto a creare una speciale percezione dell'oggetto, sono debitrici quasi tutte le idee di cui vive l'estetica contemporanea.
Ormai anziano, con la testa pelata come una biglia, resa famosa dai caricaturisti, ride: "La prima moglie diceva che sono geniale, la seconda che ho i capelli ricci". Per la prima moglie, arrestata, era tornato da Berlino in Unione Sovietica nel 1923 e pochi anni dopo, per sfuggire all'accusa di "formalismo", nome della sua teoria letteraria, ripiegò sulla "letteratura dal fatto". Ma non servì a nulla e per molti decenni gli toccò restare ai margini della vita critica e letteraria, scongelato all'avvento di Nikita Chrusciov dopo la morte di Stalin. La forza che non è venuta mai meno a Sklovskij è l'essere stato capace di pensare in qualsiasi condizione. —
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