Sofianopulo, l’artista schivo dell’aula numero 19

di MASSIMO PAROVEL
Nato a Trieste nel 1952, maturato al liceo Petrarca, pluridiplomato in composizione, pianoforte, organo e percussioni, divenuto docente di lettura della partitura all'età di 23 anni e, successivamente, di composizione vocale e corale, per Marco Sofianopulo il Conservatorio di Trieste era da tempo identificato con la "sua" aula, la numero 19. Situata in fondo al corridoio più lungo del Tartini - quasi a impedire che qualcuno potesse giungere fin lì per caso, per sottrarlo al suo impegno o per fargli perdere del tempo - l'aula risulta un po' angusta, occupata quasi completamente da un tavolo, un pianoforte, un organo, qualche leggio. Ma era il luogo a lui più congeniale! Fu certamente anche nel fecondo scambio di intuizioni musicali con i suoi migliori studenti che presero forma alcune fra le realizzazioni che portarono nel mondo il nome di Marco.
Compositore fertilissimo, dal linguaggio eclettico caratterizzato da una significativa cifra personale, ha creato musiche per coro e per gli organici più svariati, destinate anche a film, teatro e sacre celebrazioni. Pubblicate da numerose case editrici le sue opere sono state eseguite in più continenti, registrate da emittenti radio-tv, incise e premiate in concorsi internazionali. Dal 1986 in poi, in qualità di direttore della Cappella Civica - la più antica istituzione culturale triestina - ha largamente risposto al compito statutario di riscoprire e valorizzare musiche e musicisti locali, arricchendo le collezioni anche con la propria produzione e organizzando corsi, seminari, laboratori, rassegne musicali a tema.
Nell'insegnamento fu insostituibile punto di riferimento per la composizione corale e convinto promotore dei nuovi corsi sperimentali post-riforma, avviati pioneristicamente dal Conservatorio Tartini nei primi anni del nuovo millennio. Il suo lucido e prezioso contributo fu determinante nella stesura di quegli innovativi piani di studio, progettati a Trieste, che il Ministero dell'Università successivamente indicò quali modelli a livello nazionale e che tutt'oggi sono ancora in gran parte in vigore.
Lo contraddistinguevano affabilità e rigore: gioviale con gli amici e i collaboratori che stimava, disponibile ed esigente con gli allievi più promettenti, Marco non tollerava quella mediocrità che in campo artistico è spesso in agguato. Con ciò sollecitava i giovani a una coscienza professionale di rigore assoluto. Quest'esigenza divenne sempre più imperativa, con il crescere della sua esperienza umana e professionale. E quando non riscontrava idonea sintonia con i suoi compagni di viaggio, occasionali o meno, preferiva operare in solitudine piuttosto che scendere a compromessi. Per la sua indole schiva, come accade a molti veri artisti, Marco soffrì per non sentirsi compiutamente compreso e valorizzato, anche nell'ambito della musica liturgica nel quale aveva sempre più concentrato la sua ispirazione, assumendo quale missione l'intento di risollevare la musica sacra al suo livello più alto.
Soprannominato affettuosamente "Sòfia" da molti fra i migliori musicisti della generazione precedente e dai colleghi, nella composizione musicale fu allievo prediletto di Giulio Viozzi. Portò con sé l'impronta del Maestro, di cui si considerava a ragione quasi un figlio adottivo: li accomunavano - oltre a intuibili affinità personali - la padronanza tecnica, l'originalità del linguaggio, la facondia compositiva, il saper catalizzare l'attenzione dell'ascoltatore. Nello stesso tempo Marco seppe affrancarsi adottando un proprio linguaggio con una sua interessante, mai banale, impronta artistica. Qualche anno fa, causa l'inizio della sua malattia, non potè tenere una conferenza ricordo dedicata a Giulio Viozzi. Anziché pensare ad una sostituzione con altri, mi chiese di leggere al pubblico l'intervento che aveva preparato. Dalle parole che lui aveva scritto, e che difficilmente qualcun altro avrebbe potuto scrivere meglio, ebbi conferma che in quel gesto non vi era traccia di presunzione ma il desiderio di rendere il migliore omaggio possibile all'artista di cui aveva raccolto l'eredità.
Marco mai avrebbe accettato che gli fossero dedicati tre giorni di manifestazioni e concerti, come invece accadrà, in occasione del primo anniversario della sua scomparsa. Molti interpreti si avvicenderanno sul palcoscenico per testimoniare la qualità delle sue composizioni e ricordare la sua figura. Questo sarà il migliore omaggio all'artista schivo che, con ispirazione, competenza e dedizione, ha donato tanto alla cultura musicale della nostra città.
*già direttore del Conservatorio Tartini di Trieste
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