Solo l’amore batte l’oblio della memoria di ciò che siamo stati e abbiamo vissuto

«Quando le parlo, mi guarda senza capire e se ne sta là, sul suo pianeta blu» ha detto un giorno una caregiver nel gruppo di sostegno che frequenta CasaViola, una struttura consacrata a chi si prende cura delle persone malate di Alzheimer, e fiore all’occhiello dell’Associazione de Banfield che, da oltre trent’anni, si impegna nel sostegno e nell’ascolto delle persone anziane non autosufficienti. Una frase molto bella ed evocatrice – che ha ispirato il titolo di un concorso letterario, promosso sempre dall’Associazione de Banfield, ma sponsorizzato pure dalla Federazione Alzheimer Italia: “La nonna sul pianeta blu” – e che evoca tante cose di queste persone affette da demenza senile o Alzheimer. Donne e uomini, che, a un certo punto della propria vita, sembrano diventare diversi, estranei, quasi “altro” rispetto alle persone che erano prima. Ma si diventa davvero “altro da sé” quando si perde la memoria e ci si rintana in un pianeta blu? Che cosa accade in quel pianeta? Si è davvero soli, oppure le relazioni affettive, nonostante tutto, restano possibili?
Quando il filosofo inglese John Locke, nel Saggio sull’intelletto umano (1690), introdusse per la prima volta il concetto d’identità personale – abbandonando l’idea che la permanenza delle nostre esperienze dipendesse dall’esistenza di un sostrato metafisico unitario e indivisibile – lo definì in termini di coscienza: “Fin dove questa coscienza può essere estesa indietro a una qualsiasi azione o pensiero del passato, fin lì giunge l’identità di quella persona”.
Per Locke, è quindi la memoria che unisce tra loro le azioni distanti compiute da una stessa persona, permettendo a ciascuno di noi di “estendersi al di là dell’esistenza presente fino al passato”. Ecco perché, per il celebre filosofo, la nostra identità si appannerebbe e svanirebbe solo quando si perde il ricordo di ciò che abbiamo fatto, delle persone che abbiamo conosciuto, delle esperienze che abbiamo vissuto.
A distanza di più di tre secoli – e nonostante le critiche di coloro che hanno insistito sulla centralità della continuità fisico-somatica – il criterio psicologico dell’identità introdotto da Locke, e poi rivisto e perfezionato da numerosi filosofi contemporanei, resta il più convincente quando si tratta definire non solo chi siamo, ma anche e soprattutto la nostra capacità di restare noi stessi nonostante il passare del tempo e le fratture dell’esistenza: siamo le persone che siamo perché abbiamo attraversato innumerevoli vicende e ne portiamo in noi una traccia; sappiamo verso dove vogliamo incamminarci perché ci ricordiamo da dove veniamo, e abbiamo un’idea dei valori che ci hanno strutturato.
Ma se Locke ha ragione, chi siamo quando la memoria inizia a sbriciolarsi, non riusciamo più a riconoscerci quando ci guardiamo in uno specchio, e anche il viso delle persone più care si appanna? Che cosa resta di noi quando pezzi interi della nostra esistenza scivolano via e non ci riconosciamo più come le stesse persone di prima?
Quando la mamma di mio marito si è ammalata di Alzheimer, ho iniziato a pensare che Locke avesse torto, e che di fatto si sbagliassero tutti coloro che, per definire l’identità personale, continuavano ad appoggiarsi sul criterio della continuità mnemonica. Certo, la mamma di mio marito non era più esattamente la stessa persona di prima – dopo essersi ammalata, mia suocera confondeva il figlio col marito, a tratti pensava di essere ancora una bambina, spesso non ricordava nemmeno il proprio nome – ma era pur sempre sua madre. E poi che cosa si intende esattamente per memoria? Quali ricordi ci costituiscono e quali, invece, sono superflui o inutili?
Nei racconti selezionati e qui pubblicati (nel libro “La nonna sul pianeta blu”, ndr) – anche se tutti i racconti erano belli, ed è stato davvero difficile escluderne tanti – il mondo delle persone malate di Alzheimer viene raccontato con delicatezza e amore. Si intravedono le difficoltà e le sofferenze delle persone affette dalla malattia, ma anche la tenacia con cui figlie e nipoti, sorelle e fratelli continuano, nonostante tutto, ad amarle e a riconoscerle. Si legge la dolcezza con cui si prova a trovare il bandolo della matassa tra i frammenti sparsi di memoria, ma anche la voglia di inventare nuovi modi di volersi bene. In ogni racconto, in maniera originale e autentica, si intravedono le risposte che la vita ci suggerisce, quando siamo a contatto con una persona cara malata di Alzheimer, e che vanno molto più lontano di quanto ci ha insegnato John Locke.
Gran parte della nostra vita si basa d’altronde sui ricordi che si sono accumulati nel corso degli anni, e che però talvolta si volatizzano, soprattutto quando si invecchia, si soffre di lesioni vascolari o si è affetti da una patologia neurodegenerativa.
In casi come questi, il cervello di una persona appare come una grande casa illuminata nella quale pian piano cominciano a spegnersi le lampadine, fino a quando non è ovunque buio. Non è un caso che uno dei dialoghi più celebri nella storia della medicina sia proprio quello tra il dottor Alzheimer e Auguste, la donna di cinquantun anni che gli permise di identificare la malattia dell’oblio: quando il medico le chiedeva come si chiamasse, lei rispondeva “Auguste”; quando le domandava quale fosse il nome del marito, lei diceva ancora “Auguste”; la donna ripeteva “Auguste” pure quando Alzheimer le chiedeva il suo cognome, subito prima di dire che si sentiva estremamente confusa, non si ricordava nulla del marito, non sapeva di essersi sposata, ma era importante? Esattamente come non è un caso che, laddove è afflitta la memoria o è messa a repentaglio l’immutabilità dell’identità o della percezione del sé, ciò che resta di noi sia l’affettività. Non quella memoria semantica, razionale o procedurale che caratterizza l’intelletto, quindi, ma una memoria affettiva che permane sempre, anche quando i centri nervosi sono quasi del tutto compromessi. Pure allo stadio più avanzato di una malattia neurodegenerativa, la percezione di ciò che accade e gli affetti, d’altronde, rimangono. È questo che raccontano Nausica Manzi e Martina Lusi, Serena Barsottelli e Patrizia Sorrentino, per citare solo alcuni degli autori e delle autrici che hanno partecipato al concorso. È questo che testimoniano, in fondo, tutti i racconti, attraverso la grazia della scrittura e il potere evocativo delle parole. Ciò che gli specialisti chiamano i “residui del sé”, ma che non è mai un semplice “resto”, anzi. Visto che ciò che permane è la forza inesorabile dell’amore, come se l’oblio potesse cancellare tutto tranne quelle relazioni umane che hanno nutrito l’esistenza.
Gli anni passano, ma anche quando l’oblio sembra coprire tutto, resta la familiarità, restano alcuni gesti, resta il contatto. L’identità, in fondo, non è mai il semplice frutto della memoria individuale, ma sempre il risultato di tutti quei legami che si sono intrecciati nel corso della vita e che resistono. Pure quando tutto il resto pare avvolto dalle tenebre. —
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