Sono il tango e il calcio le splendide ossessioni nell’Argentina anni Trenta

la recensione
Il tango e il calcio, le splendide ossessioni dell’Argentina, sono al centro del romanzo di Martìn Caparròs ‘Tutto per la patria’ (Einaudi, pagg. 262, euro 19,50), ambientato all’inizio degli anni Trenta, quando il paese era appena piombato sotto la dittatura del generale Uriburu, dopo un colpo di stato che aveva segnato il tramonto di un trentennio di democrazia e aperture sociali. La svolta autoritaria aveva segnato l’arresto della grande espansione di fine Ottocento, quando il paese sudamericano era meta di migliaia di immigrati. Il tango, che interpretò la loro nostalgia per la terra d’origine, si diffuse tra gli ambienti malavitosi di Buenos Aires e alle origini era un canto di protesta, nutrito di rancore e percorso da rivendicazioni sociali.
La musica borghese in cui si andò trasformando nel corso dei primi anni del Novecento non piace ad Andrès Rivarola, il protagonista di ‘Tutto per la patria’, un giovane senza qualità che trascina i suoi giorni senza un impiego, vivendo in una camera ammobiliata, tirando tardi giocando a biliardo e componendo versi. «Il tango oggi si è molto guastato – si lamenta Rivarola - è diventato un budino alla crema, un oppio per i popoli, aria fritta e lamentosa. Ma il tango ha senso se continua a essere una canzone del popolo, che il popolo usa per raccontare quello che lo fa soffrire, quello che desidera». Rivarola è il perfetto antieroe. Vorrebbe stare dalla parte del bene, ma è un debole; così per aiutare un amico che aspetta di essere pagato da Berbabè Ferreyra, il più famoso calciatore argentino, per la cocaina che gli ha venduto, finisce in una storia molto più grande di lui, nella quale sarà tradito e a sua volta sarà costretto a tradire, ma alla fine otterrà un posto da giornalista e l’amore di una donna.
Rivarola si mette sulle tracce di Ferreyra, che è scomparso pochi giorni dopo che una ragazza della buona borghesia di Buenos Aires viene ritrovata sgozzata. Non è però il solo a cercare Ferreyra, anche il vice presidente del River Plate, un commerciante di carne che si è fatto i soldi con la prostituzione e la droga, vuole che il calciatore, sul quale ha investito molti soldi, torni a giocare e pertanto incarica Rivarola di usare la stampa per ricattarlo. Basterà far uscire la notizia, falsa, che il calciatore frequentava la ragazza per far cadere i sospetti su di lui; una volta che Ferreyra avrà firmato il rinnovo del contratto, la polizia arresterà un capro espiatorio scelto tra i socialisti che si oppongono al regime e Ferreyra tornerà pulito. Un meccanismo cinico, spietato e perfetto. Tanto della verità, scoprire chi è il vero assassino della ragazza, non interessa niente a nessuno, gli spiega il redattore del giornale che confeziona la fake news, mentre il boss gli dice che a lui del calcio non importa niente, ma ‘si sacrifica per la patria’, perché il pallone serve a distrarre gli immigrati e a fare in mondo che se ne stiano buoni, senza alzare la voce.
Caparròs ambienta sì le sue vicende negli anni Trenta, ma è al presente che parla: il calcio e il tango come distrazioni di massa, il nazionalismo che monta alimentato dalla crisi economica che ha bisogno di costruirsi dei nemici e li individua tra gli ultimi arrivati, la stampa che scrive quello che conviene ai poteri forti.
Come i tanghi che compone Rivarola, anche Caparròs scrive nutrito di rancore. Lo ha fatto in ‘Amore e anarchia’, pubblicato da Einaudi lo scorso anno, in cui lo scrittore e giornalista argentino, rifugiato in Europa al tempo della dittatura di Videla, aveva raccontato la vicenda di Soledad Rosas, anarchica argentina, emigrata in Italia negli anni Novanta e divenuta ecoterrorista e squatter, arrestata durante una manifestazione no Tav e suicida in carcere. Anche in ‘Tutto per la patria’ c’è rancore, il ‘viejo rencor’ cantato dalla leggenda del tango Gardel per un mondo ingiusto e per la debolezza degli uomini. —
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