Spettri e amori traditi li racconta dal Piemonte “Il fantasma del palazzo”

Il nuovo libro di Renzo S.Crivelli pubblicato da Interlinea si presenta domani alla Libreria Minerva di Trieste

la recensione



Passato e presente si intersecano, seguendo il filo di destini incrociati, nei racconti di Renzo S. Crivelli, perché il seme di ciò che è stato germoglia nel tempo e il suo frutto, spesso amaro, può manifestarsi a distanza, a volte nella forma di un fantasma pronto a presentare il conto di antiche colpe ed omissioni. Oppure evocare altre storie, altre figure e destini di un’umanità dolente. Come fa “Il fantasma del palazzo” (Interlinea, pagg. 189, euro 15) lo spettro che dà il titolo alla raccolta di quattordici racconti che vengono presentati domani, alle 18, alla Libreria Minerva di via San Nicolò a Trieste, dal critico Fulvio Senardi assieme all’autore, letture sceniche di Elke Burul. È dunque un fantasma Astolfo, l’uomo misterioso che appare di notte nel “pachiderma”, antico palazzo pieno di stanze abitato da personaggi che svelano a poco a poco le loro storie. Come quella di Adamantina, cantante d’opera tradita e sfortunata, o come i due pianisti, marito e moglie, “un uomo e una donna ormai sfioriti, che s’inseguivano ancora come due fauni, sulle ali di quelle corde misteriose che pizzicavano la notte”. Ed è un fantasma anche Caterina, la contessa di Langosco, il cui ritratto cinquecentesco arricchisce la galleria privata del notaio Merusi nel racconto “La vendetta del ritratto”. Uccisa dal marito geloso, Caterina saprà a sua volta vendicarsi del notaio, sulla cui coscienza pesa lo stesso delitto di cui fu vittima l’antica nobildonna.

Ambientati nel Piemonte Orientale, da Novara ai laghi d’Orta e Maggiore fino all’Ossola, i racconti di Crivelli formano un affresco narrativo ampio e articolato, omaggio dell’autore alla sua terra d’origine. Mitologia, mistero, storia, arte, spiritualità si intrecciano nelle storie ordite da Crivelli con prosa ricca, elegante, sempre attraversata da un graffiante filo d’ironia che a volte diventa ilare rappresentazione. Come nel racconto “Il matto della Baraggia”, dove un sacerdote un po’ troppo ambizioso, fugge con “salti come quelli d’uno stambecco alpino” di fronte all’apparizione di un demonio che poi demonio non è.

Ricorrenti, nelle pagine di Crivelli, gli amori venati di rimpianto o dolori da riscattare: tradimenti, fughe, ma anche viaggi alla ricerca dell’amore di un tempo, o della sua memoria. Come ne “Lo sguardo del colosso”, forse uno dei testi più belli della raccolta, dove un uomo torna là dove per la prima volta capì di amare la donna che le sarebbe rimasta accanto tutta la vita. Salendo dentro la gigantesca statua cava di San Carlo Borromeo, il Colosso che si innalza sopra la strada che collega Arona con Dagnente, lungo le sponde del Lago Maggiore, i ricordi del vedovo corrono a cinquant’anni prima, quando il futuro era ancora da scrivere: “Quando si vive immersi totalmente nel tempo non si ha la percezione di quanto esso duri. Tutto è presente, immediato, avvolgente come un mantello che preserva dalla pioggia e dal vento”. E quando il dolore bussa alla porta, rimane la consapevolezza che “nulla poteva essere mai finito, e tutto ritorna per sempre, per riprendere daccapo”. Il ritorno, l’esigenza di riavvolgere il nastro del tempo alla ricerca di un rinnovato senso dell’esistenza, o di una catarsi, è un altro dei fili narrativi che innervano i racconti di Crivelli. Compreso quello più marcatamente riferito a un genere, la fantascienza: in “Discesa agli inferi” i cambiamenti climatici hanno ormai causato l’innalzamento dei mari, e l’intera città di Novara è sommersa. Anche qui il protagonista della novella torna al suo passato, e se da giovane aveva salito la sommità della basilica di San Guadenzio assieme alla sua compagna Stefania in una sorta di sfida al futuro e al destino, adesso ritorna alla guglia della basilica svettante dalle acque, e si tuffa con bombole e pinne e scendere là dove un tempo era salito, per dare un ultimo saluto a quel “presepe dei ricordi” ora per sempre sommerso. —

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