Sport e Guerra fredda nella Venezia Giulia così si fece politica sui campi da gioco
In quei giorni di maggio del 1945, tra militari neozelandesi e partigiani del IX Korpus impegnati nella corsa per Trieste, macerie della guerra, tedeschi in fuga e fascisti alla macchia, in quel bailamme di cui non si intravedeva soluzione, emergeva prepotente il desiderio di riprendere ad assaporare le piccole gioie del periodo di pace. Tra le quali c’era lo sport, che soprattutto in quel frangente di convalescenza sociale dopo le ferite della guerra, era chiamato a esaudire il desiderio di svago della popolazione. Così, nonostante la tensione che assillava un confine mai come allora mobile e instabile, tenuto sotto scacco dal braccio di ferro tra Tito, che voleva annettersi Trieste, e gli alleati che si opponevano, nella città contesa c’era la smania di rituffarsi nelle pratiche sportive che cinque anni di guerra avevano fatto dimenticare. Non stupisce allora che già in quei primi giorni di maggio si riprendesse a tirare calci a un pallone. Il G.S. San Giacomo aveva rotto il ghiaccio giocando contro i rappresentanti della Marina inglese, mentre il 13 maggio la Triestina sfidava la brigata scozzese, e truppe partigiane e militari scozzesi, svestite giberne e appoggiati i fucili, potevano anche loro rincorrersi in maglietta e pantaloncini. Le partite di calcio tra corpi militari erano all’ordine del giorno, ma un incontro significativo del clima che si viveva si svolse ai primi di giugno allo stadio comunale di Valmaura, dove una rappresentativa triestina sfidò (e sconfisse) una squadra di militari jugoslavi, sotto una grande scritta dipinta sui muri della gradinata: “Zivelo autonomno mesto Trst v Demokratski Federativni Jugoslavji’ (Viva Trieste città autonoma della Repubblica federativa jugoslava), segno che anche quelle manifestazioni sportive non erano assolte dalla complicata cornice politica.
Poi gli jugoslavi se ne andarono e per nove anni Trieste divenne a stelle e strisce anche nello sport. A Zaule si costruì un Country Club con annessi campi per il football americano, mentre a Opicina, al Soldier Field tuttora esistente, il baseball aveva il suo regno. Ma si praticava anche l’atletica, la vela il nuoto, il ciclismo, la pallacanestro, l’hockey a rotelle: una intera città, americani, inglesi e triestini, si cimentava nelle più diverse attività sportive, come racconta il documentatissimo saggio di Alberto Zanetti Lorenzetti “Sport e guerra fredda in Venezia Giulia 1945-1954” (pagg. 333, s.i.p.), edito dal Centro di ricerche storiche di Rovigno. Cronistoria, profili degli atleti giuliani, istriani, dalmati, da Benvenuti a Missoni, da Cesare Maldini ad Abdon Pamich che gareggiarono in quegli anni, il tutto arricchito da un ampio corredo di fotografie. Dopo i primi mesi in cui le manifestazioni sportive furono un libero tripudio di vitalità (vi fu anche, sul prato dello stadio di Valmaura, l’esibizione dei maori delle truppe neozelandesi nella loro caratteristica danza Haka, che sarebbe diventata nota molti anni dopo per gli All Blacks, ma che quella volta era una primizia assoluta) la politica usò lo sport come una macchina per fabbricare consenso. Se il Coni riunì le federazioni sportive che si consideravano italiane, la neonata Ucef fu il braccio sportivo dell’Unione antifascista italo-slava, che voleva, attraverso lo sport, mobilitare a favore della Jugoslavia la popolazione italiana di Trieste. Ricostruendo anno per anno il fitto calendario di eventi sportivi che vennero allestiti sotto l’egida di Coni e Ucef (che dopo la rottura tra Tito e Stalin si dividerà a sua volta in due, ricalcando le scelte dei comunisti giuliani) Zanetti Lorenzetti riporta in luce episodi di cui molti non sono a conoscenza, come la partecipazione dell’Amatori Ponziana al campionato di calcio jugoslavo di serie A. O quasi sconosciuti, come la partecipazione alle Olimpiadi del 1948 con la maglia della Jugoslavia del ciclista triestino Antonio Strain. Il Governo militare alleato dal canto suo esercitava una notevole pressione, negando o concedendo gli impianti sportivi, che erano pochi, e la mancata concessione dello stadio di Valmaura a Triestina e Amatori Ponziana, per le partite dei campionati 1946-47, che videro entrambe le squadre retrocesse, fu alla base della richiesta, poi accettata, di riammissione dei due sodalizi nei campionati italiano e jugoslavo. Aiuti di Stato che avevano anche un importante coté monetario ma che a poco a poco, di pari passo con la soluzione politica del 1954, finirono con l’esaurirsi. —
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