Tilda Swinton regina sul red carpet «Non sono snob, lavoro in squadra»

Beatrice Fiorentino / VENEZIA
È Tilda Swinton la regina del giorno, premiata con il Leone d’oro alla carriera e protagonista del cortometraggio di Pedro Almodóvar “The Human Voice”, un monologo teatrale di Jean Cocteau adattato e cucito addosso all’attrice scozzese come un abito sartoriale e presentato ieri, fuori concorso, alla 77° Mostra del cinema di Venezia.
Androgina e lunare, fascino alieno spesso indecifrabile, Swinton si è raccontata in una masterclass (subito sold-out) che ha ripercorso non solo le tappe salienti della sua multiforme carriera, ma un’intera vita di passione per il cinema e per l’arte. A partire dal suo esordio nel 1986 con il “Caravaggio” di Derek Jarman, film di cui ancora indossa la t-shirt originale sotto a un blazer di raso verde, fino ai più recenti sodalizi con Jim Jarmusch e Luca Guadagnino, al fianco dei quali l’attrice è stata più volte a Venezia (ma anche a Cannes e Berlino).
Cinquantanove anni all’anagrafe, ma da sempre senza età (e senza genere), Tilda si confessa una persona timida, riservata, «a suo agio durante l’incontro perché simile a una conversazione, mentre ogni volta salire su un palcoscenico è una sfida».
Non c’è una divisione netta tra cinema e vita: «I cineasti con cui lavoro - racconta - sono anche i miei amici più cari. Con loro facciamo film, ma condividiamo più cose. Cuciniamo, scherziamo, cresciamo insieme. Prima di tutto c’è la fratellanza, i film vengono dopo». È iniziato tutto con Jarman - ricorda - «quando neppure mi consideravo un’attrice e lui mi ha coinvolto nel suo gruppo. Ora so lavorare solo così, come parte di una squadra».
Al fianco del visionario regista inglese, morto di Aids nel ’94, Swinton ha girato otto lungometraggi, tra i quali l’“Edoardo II” che le ha regalato la Coppa Volpi nel 1991 proprio qui al Lido. Di lì in avanti il viaggio è stato lungo, spesso generoso di incontri folgoranti. Come quello con Wes Anderson, Sally Potter, i già citati Jarmusch (“Broken Flowers”, “Solo gli amanti sopravvivono”) e Guadagnino (“Io sono l’amore”, “A bigger splash”, “Suspiria”), o il “doppio” David Bowie che la ospita nel video di “The Stars (Are Out Tonight)”. La parola d’ordine è ricerca, sperimentazione. «Ma ciò non significa che io sia una snob - ci tiene a puntualizzare -. La sperimentazione non appartiene solo al cinema d’essai, si può trovare anche nel mainstream. Come in “Cronache di Narnia”, che all’epoca faceva un uso assolutamente inedito degli effetti speciali». L’attrice, antesignana del gender-fluid almeno dai tempi di “Orlando”, applaude la scelta del festival di Berlino di abbandonare la distinzione del premio al miglior attore e migliore attrice, scegliendo di assegnare un solo premio generico alla migliore interpretazione. «Finalmente! Gli esseri umani hanno la tendenza a voler creare divisioni e categorie. Per genere, razze, classi sociali. Ma non ha senso dividere le persone, la vita è troppo breve per queste cose».
In “The Human Voice” Tilda Swinton è padrona assoluta della scena. Una donna sola conversa al telefono per l’ultima volta con l’uomo che l’ha lasciata. In questo breve film, un po’ giallo e un po’ melò, Almodóvar le costruisce letteralmente il set attorno, ricorrendo all’abituale uso strillato del colore, alla poetica degli oggetti e prendendosi anche la libertà di aggiornare alcuni aspetti del testo. Più contemporaneo, con un ruolo femminile meno remissivo rispetto all’originale.
E anche il concorso prende il via con il francese “Amants” di Nicole Garcia, una storia di amore e morte che porta in laguna la filiforme Stacy Martin al fianco di Pierre Niney e Benoît Magimel. Un triangolo amoroso tinto di noir che finisce per perdersi in un eccesso di improbabili coincidenze. —
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