Tornano i licantropi e bussano a S+F

TRIESTE. Cinquant’anni fa esatti usciva nelle librerie, recensito con rilievo da "Il Piccolo", un volumone nero di 700 pagine intitolato "Frankenstein & Co. Prontuario di teratologia filmica". Curato dall'esperta triestina Ornella Volta, era un formidabile compendio di cinemostri archetipici a partire da quelli Universal anni '30, ed è diventato col tempo uno scrigno raro della bibliografia gotica.
Fa piacere ricordare quella lungimirante pubblicazione in questo 2015, che è stato definito proprio l'anno del gotico grazie a titoli quali "Crimson Peak" di Del Toro e il sequel di "Woman in Black" della nuova Hammer. Ma di brividi e mostri gotici sono pieni anche gli scantinati del 15° Science+Fiction che, dopo il "Frankenstein" di Bernard Rose in avvio, riserva oggi e domani sinistre sorprese con le figure mostruose più classiche.
Grande attesa stasera alle 22 in Sala Tripcovich per "Howl" di Paul Hyett, applaudito al Frightfest di Londra, che viene annunciato come il miglior film sui licantropi da diversi anni a questa parte. L'inglese Hyett è un mago degli effetti speciali di trucco per film importanti come "The Descent" e "Woman in Black", ma sa anche raccontare una storia e catturare l'attenzione fin dalle prime sequenze. Protagonista è giovane controllore di treni, comandato controvoglia all'ultima corsa dalla Waterloo Station di Londra. Sembra una notte di routine, chiede i biglietti a un'umanità variopinta, tenta di farsi notare dalla collega carina, ma ecco che il treno urta qualcosa e deve fermarsi nel bosco, con la tempesta e la luna piena. Come nel tedesco "Stung", sono giovani precari in gamba con lavori qualsiasi gli eroi della storia. Inoltre, "Howl" ha il merito sia di recuperare la tradizione western e poi horror dei "film-diligenza", con un gruppo umano variegato che affronta i rischi di un viaggio pericoloso, sia di riproporre con stile e ironia un mostro demodè come il licantropo. Del resto l'orrore cinematografico contemporaneo si rinnova con continue ondate di nuove idee su mostri classici, come ha ricordato a Trieste agli Incontri di futurologia il regista e produttore italo-spagnolo Alberto Marini: dopo gli infettati dieci anni fa ("Rec"), gli zombi ("Walking Dead"), il mix bizzarro ("Cowboys & Aliens"), i fantasmi ("The Conjuring"), si attende ora il ritorno dei licantropi. E nel film di Marini, "Summer Camp", i mostruosi infettati del campeggio dopo un po' tornano normali e non ricordano più niente, come i licantropi.
È invece una classica "ghost story" il film odierno di mezzanotte "We Are Still Here" dello statunitense Ted Geoghegan (ore 24 Teatro Miela), in cui due coniugi, dopo la morte del figlio, decidono di traferirsi in una casa di campagna, su cui però circolano voci inquietanti, e il cui scantinato nasconde brutte sorprese. Geoghegan è un dichiarato ammiratore del nostro Lucio Fulci e in particolare di "Quella villa accanto al cimitero" ('81), tanto che i coniugi del suo film fanno Sacchetti di cognome, come Dardano Sacchetti, sceneggiatore di Fulci. Si sfrutta l'onda positiva delle case infestate ("The Conjuring", "Sinister", "Insidious") ricoprendo il décor artigianale dei film di fantasmi anni '60, senza computer grafica (come anche "Crimson Peak"). Dulcis in fundo in questo filone gotico del festival, l'esilarante "mockumentary" (falso documentario) neozelandese "What We Do in the Shadows" di Taika Waititi e Jemaine Clement (domenica 18.15 Sala tripcovich). In una casa vittoriana dal manierismo esasperato e dagli spazi decrepiti, vediamo alcuni vampiri svegliarsi uno dopo l'altro al tramonto, e confessare alla cinepresa i loro problemi nel mondo d'oggi, a partire da quello comunissimo della convivenza quotidiana.
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