Tra poemi antichi e psicanalisi una rosa per conoscere noi stessi

Cosa ci resta delle rose di un maggio piovoso e di un giugno torrido? La rosa. Simbolo dell’amore eterno e del paradiso. Nel giardino dell’Eden non c’erano mica solo alberi di mele, c’erano rose. Adamo ed Eva preferirono gustare la mela che godere del profumo e della bellezza di questo fiore. Forse perché la mela non aveva spine, mentre la rosa, il cui anagramma è eros, sì. E sebbene mangiare la mela simboleggi la voglia di conoscenza, il vero simbolo misterico è la rosa. Quello che si cerca davvero per tutta la vita, non per conoscere il mondo, ma se stessi nell’altro che ci rispecchia; la brama di essere ed avere amore.
Il Romanzo della Rosa di Guillaume de Lorris e Jean de Meun (Edizioni dell’Orso, pagg. 1255, euro 40) è il poema più famoso del ‘200 che spinge l’uomo al perfezionamento interiore attraverso la ricerca della rosa, che è la donna stessa, la cui conquista si raggiunge nell’unione amorosa. Tuttora è fonte di insegnamenti preziosi, veicolati da un linguaggio allegorico che trasforma i nostri vizi e virtù in persone umane. Dalla descrizione del loro comportamento comprendiamo quello che è retto o meno del nostro. E acquisiamo dei valori da perseguire, tra i quali la rosa è l’essenza profumata dell’esistenza. L’autore racconta che all’età di vent’anni, «mi pareva che fosse maggio», ebbe un sogno che poi si realizzò. Amore gli ordinò di farne il «Romanzo della Rosa, dove è racchiusa l’intera Arte d’Amare» e si augura che piacerà a «quella che ha tanto pregio e tanto è degna di essere amata, che a buon diritto deve essere chiamata Rosa».
La nostra prima casa è stata un giardino di rose, il giardino pieno di misteri dell’infanzia, che forse non ricordiamo più, dove ci rifugiavamo per scoprire la vita giocando a essere grandi. Un sogno a occhi aperti che poi ha dato il via ai sogni dell’inconscio, i quali per la psicanalista Carla Stroppa iniziano proprio dalla casa ideale. In “Sulla soglia di casa. Abitare tra sogno e realtà” (Moretti & Vitali, 261, euro 24) l’autrice spiega che la soglia rappresenta il confine tra il dentro e il fuori di noi stessi, ma ci si può perdere in casa e salvare andando per il mondo. Quando allora possiamo dirci a casa? Se nella nostra casa interiore c’è eros (amore), altrimenti i discorsi sono senza cuore. Tuttavia «sulle ali di eros e bellezza si può ancora volare verso le rose del giardino della villa dei misteri». Il mistero è sempre stato perseguito come speranza di una vita migliore, sebbene addentrarsi nella propria interiorità non sia da tutti, perché amare è anche soffrire.
«Violet, mi illudevo che entrassi a casa mia con le mani cariche di rose» scrive Michele Caccamo nello struggente romanzo poetico che ha dedicato a Renée Vivien, raffinata e trasgressiva poetessa vissuta tra fine ‘800 e inizio ‘900, e che ha chiamato “Con le mani cariche di rose” (Elliot, pagg. 140, euro 15). Molte sono le rose a cui anela Renée, la quale nel romanzo si chiama Pauline e dialoga con un sé interiore raccontando la sua vita consumata troppo presto nell’amore per le donne.
Il rosa è il colore più antico, e non perché l’estate scorsa è stato scoperto un fossile di 1,1 miliardi di anni tinto di rosa, ma perché è di questa sfumatura l’aurora, l’inizio. E pure il futuro a cui aneliamo. —
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