Un braccio destro triestino per il “quasi” Montalbano
Ne Le inchieste del commissario Collura, nome originariamente scelto per il poliziotto di di Vigata, Camilleri inserisce Scipio Premuda, fiuto prezioso per risolvere misteri a bordo nave

C’è un piccolo destino di riparazione letteraria, quasi un risarcimento postumo, in “Le inchieste del commissario Collura”, il volumetto (147 pagg., 14 euro) di Andrea Camilleri che Sellerio riporta in libreria nella collana “La memoria”. Perché Collura, prima ancora di diventare personaggio, era stato un nome rimasto in panchina: uno dei due cognomi che Camilleri aveva valutato per il suo commissario più celebre, poi sacrificato a Montalbano in omaggio a Manuel Vázquez Montalbán. Anni dopo, quando La Stampa gli chiese una serie di racconti estivi, Camilleri recuperò quel cognome sicilianissimo e gli diede finalmente corpo, voce, malizia investigativa. Nacque così Cecè Collura, commissario di polizia in convalescenza dopo essere stato ferito durante una sparatoria, costretto più che convinto a prendersi un periodo di riposo su una nave da crociera.
Naturalmente il riposo dura pochissimo. Collura è uomo di terraferma, non di mare; non ha l’aria del crocierista spensierato e nemmeno quella del funzionario addetto ai sorrisi da salone. Eppure proprio quella nave, spazio chiuso e insieme mobile, diventa il suo provvisorio commissariato: un paese galleggiante, un microcosmo in transito dove ogni cabina può custodire un inganno, ogni buffet una sparizione, ogni passeggero una maschera. Camilleri prende il modello classico del giallo in ambiente circoscritto - l’Orient Express, l’aereo, l’isola, il piroscafo - e lo alleggerisce con la sua consueta grazia narrativa: otto indagini brevi, fulminanti, sempre più vicine alla commedia morale che al delitto sanguinoso.
Nato per il giornale, dunque sottoposto alla disciplina della brevità, il ciclo di Collura non soffre la costrizione: la trasforma in ritmo. Camilleri sa che in poche pagine bisogna entrare subito in scena, far scattare il sospetto, aprire una fenditura comica nel reale e chiudere con una sorpresa che non abbia il peso della sentenza, ma la leggerezza di una battuta. Il risultato è un congegno piccolo e preciso, dove l’indagine conta meno dell’arte di smascherare l’apparenza. Un finto cantante, un fantasma in cabina, gioielli scomparsi, presunti cadaveri, vedove inconsolabili e personaggi in cerca di una seconda identità: tutto accade come se la nave producesse naturalmente finzioni, e come se la crociera fosse il luogo ideale per mostrare quanto gli esseri umani amino travestirsi, recitare, correggere la propria biografia.
Collura, in questo teatro, è un parente laterale di Montalbano: meno monumentale, meno radicato in un territorio, ma dotato dello stesso “occhio di sbirro”, della stessa allergia alle versioni ufficiali. È un commissario fuori posto, e proprio per questo efficace. Per un lettore triestino, però, il dettaglio più gustoso è un altro: accanto a Cecè Collura c’è Scipio Premuda, il suo triestino collaboratore di bordo. Non è un semplice comprimario di servizio. Premuda è l’uomo che conosce la macchina navale, le sue regole, i suoi tempi, i suoi corridoi; è il vice pratico e competente che consente al commissario di terraferma di orientarsi in un ambiente che gli è estraneo. Non ruba mai la scena, ma la rende possibile. È il vice che tiene insieme il palcoscenico mentre il commissario scioglie i nodi; il contrappunto tecnico e affidabile alla fantasia investigativa del protagonista.
In queste inchieste non bisogna cercare la cupezza del noir né la complessità dei romanzi maggiori. Il loro fascino è altrove: nella felicità dell’idea, nella rapidità del dialogo, nella lingua camilleriana che qui si fa più controllata ma non meno riconoscibile, nella capacità di trasformare una commissione giornalistica in un elegante divertimento narrativo.
Ogni racconto funziona come un siparietto investigativo, ma dietro la leggerezza resta una domanda più seria: quanto c’è di vero nelle identità che esibiamo? La crociera, con i suoi rituali artificiali, è il luogo perfetto per far emergere questa ambiguità. Tutti sembrano sospesi, tutti possono reinventarsi per pochi giorni, tutti possono nascondere qualcosa dietro l’abito da sera o il costume da bagno.
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