Quegli slogan politici ideati da Carpinteri e Faraguna, pubblicitari d’eccezione
Prima delle Maldobrie e del teatro dialettale, i due amatissimi autori triestini avevano messo la loro ironia al servizio dei partiti, partecipando alla realizzazione dei primi manifesti elettorali del Pli

Mentre in Italia si era votato per scegliere tra Monarchia e Repubblica e per l’Assemblea costituente, a Trieste le prime elezioni libere si tennero nel giugno del 1949. La città, amministrata dal Governo Militare Alleato e contesa tra Italia e Jugoslavia, viveva in una situazione surreale. Oltre il confine del Timavo si era vissuto con il pathos dei grandi momenti storici anche il 18 aprile 1948, ma nella Zona A del Territorio Libero di Trieste il battesimo della democrazia era ancora rimandato. Che arrivò, per i triestini e per i cittadini degli altri cinque comuni della Zona A - Duino-Aurisina, Monrupino, Muggia, San Dorligo della Valle e Sgonico - appena nel 1949.
Trepidazione, attesa, curiosità e lotta politica si riflettevano nella campagna elettorale, che trovava nei muri delle strade e delle piazze uno degli schermi privilegiati. Gli spazi, che prima erano occupati da cartelloni e slogan pubblicitari, adesso invitavano a votare per l’uno o l’altro partito. Il Meridiano scrisse che «I ludi cartacei hanno assunto nell’agone elettorale triestino un ruolo importante, non soltanto dal lato puramente estetico ma da quello psicologico». Si cominciava a capire che una grafica accattivante, un messaggio scritto con le tecniche della réclame poteva indirizzare il voto nella cabina più di tanti comizi. La fantasia e la creatività andavano a briglia sciolta, tanto che lo stesso Meridiano aveva lanciato un referendum per premiare il manifesto migliore. Uno dei più apprezzati risultò quello che metteva in primo piano un disegno con il tavolo verde da gioco con una roulette. Lo slogan diceva “Rosso o nero? È sempre un gioco d’azzardo. Vota il Tricolore. Vota liberale”. Nonostante l’efficacia del manifesto, notava il Meridiano, i triestini tra il rosso e il nero scelsero alla fine …il bianco. Le elezioni infatti premiarono la Democrazia Cristiana, che risultò nettamente primo partito il 39,04 per cento e 25 seggi; al secondo posto si collocò il Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste con il 21,15 per cento, e 13 seggi. Seguivano il Fronte dell’Indipendenza per il Libero Stato Giuliano, il Partito Socialista della Venezia Giulia, il Movimento Sociale Italiano, il Partito Repubblicano, il Blocco Nazionale e le altre liste minori. Il Partito Liberale Italiano ottenne 3.094 voti, pari all’1,84 per cento, conquistando un seggio: un risultato numericamente modesto, ma politicamente significativo per collocazione e linguaggio, perché inseriva la scelta liberale dentro il campo filoitaliano, laico e anticomunista della città.
Ma torniamo al manifesto del PLI (che sarebbe rimasto nella sede di via Carducci fino allo scioglimento del Partito, nel 1994) che portava tre firme importanti, e che Trieste avrebbe conosciuto per molti anni a venire. A idearlo furono infatti Lino Carpinteri e Mariano Faraguna, mentre la grafica era di Renzo Kollmann, ovvero tre colonne della Cittadella, il foglio satirico che, nato nel 1947 e allegato al Piccolo, avrebbe accompagnato i triestini fino al 2001.

Faraguna si era iscritto al Partito Liberale nel 1945, appena finita la guerra e usciti della clandestinità i partiti. Antifascista, partecipò alla lotta di Liberazione nelle file della Brigata Osoppo. Nel direttivo del PLI nel dicembre 1945 accanto a Faraguna, allora studente universitario di Lettere, figurano anche Marino Colombis, anche egli partigiano della Osoppo, Stelio Crise, futuro direttore della biblioteca statale, Bruno Forti, presidente del Consiglio comunale nel primo Consiglio comunale sotto il Governo Militare Alleato e Fernando Gandusio che, eletto nel primo CLN di Trieste, venne arrestato dai tedeschi nel dicembre 1943 e deportato a Dachau nel gennaio 1944. Come gli altri partiti, anche il Partito Liberale stampava un periodico, l’Idea liberale: una palestra per molti intellettuali prestigiosi come Tullio Kezich, Biagio Marin, Elio Apih, Giampaolo De Ferra e Decio Gioseffi. Quest’ultimo, per molti anni direttore del Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università, ricordò nel 1977 in uno scritto per i trent’anni della Cittadella, come dall’Idea liberale fosse transitato a Caleidoscopio, un foglio studentesco nella cui redazione avvenne l’incontro tra Carpinteri e Faraguna. Quest’ultimo, figlio di madre ebrea, conobbe sulla propria pelle la persecuzione razziale.
Entrambi, dunque, Carpinteri e Faraguna, arrivavano al dopoguerra vaccinati contro le liturgie del potere assoluto. Prima ancora delle Maldobrie, prima del teatro dialettale e della lunga stagione radiofonica del Campanon, Lino Carpinteri e Mariano Faraguna furono due giovani giornalisti immersi nella Trieste più inquieta del Novecento.
Della loro attività come pubblicitari di partito non si hanno altre tracce. Kollmann invece, quando si prospetta la nascita del centro-sinistra, come ricorda Piero Delbello nel catalogo della mostra organizzata una decina di anni fa sulla satira di “Kollmann e Josè per Carpinteri e Faraguna”, disegna sempre per il PLI un ironico biglietto augurale pasquale con sorpresa. Tirando un lembo del cartoncino, si scopriva che chi avrebbe votato per il centro-sinistra avrebbe ricevuto sulla testa un mattone comunista. Nel disegno le teste erano quelle di Saragat e Fanfani mentre a tagliare il filo che reggeva il mattone era la mano di Togliatti.

Alla luce dell’attività al servizio del PLI, si comprende come la satira di Carpinteri, Faraguna e Kollmann non è stata un semplice esercizio di spirito, ma una presa di posizione civile, Si comprende come Caleidoscopio e poi soprattutto La Cittadella siano stati per loro il luogo in cui ridere significava anche scegliere da che parte stare.
Riproduzione riservata © Il Piccolo








