L’omaggio del Trieste Science+Fiction al regista di culto Roger Corman

Il ricordo del cineasta alla presenza della moglie sarà uno dei momenti centrali dello storico festival in programma in autunno 

Paolo Lughi
L'immagine simbolo del Science+Fiction 2026 disegnata da Spugna
L'immagine simbolo del Science+Fiction 2026 disegnata da Spugna

La morte della fantascienza - come del resto quella del cinema - è una delle fissazioni ricorrenti delle tante cassandre che popolano le cronache culturali in Italia e non solo. Ben prima che Mauro Covacich lo scorso giugno lanciasse la sua fatwa (“Contro la fantascienza”) su “La Lettura” del “Corriere della Sera”, ci aveva già pensato quasi 60 anni fa “Il Giorno” di Milano con un necrologio ben più spericolato. Il 16 luglio 1969, pochi giorni prima dello sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna, il quotidiano milanese titolava a tutta pagina “Addio fantascienza”, commentando quell'evento come il momento in cui la scienza aveva superato definitivamente il mito e la letteratura fantastica, essendo ormai i viaggi nello spazio una concreta realtà tecnologica.

Poi, quasi 20 anni fa, Covacich è stato preceduto anche da un certo Ridley Scott (“Alien”, “Blade Runner”), che nell’autunno 2007 sentenziò al “Times”: «I film di fantascienza sono morti, come i western. Non c’è più niente di originale. Abbiamo già visto tutto».

Nel frattempo, però, Ridley Scott evidentemente si è pentito di quella affermazione, perché la prossima settimana esce nei cinema il suo nuovo lavoro, “The Dog Stars - Le stelle dopo la fine”, che naturalmente è un film di fantascienza. Oltretutto girato qui vicino per gli scenari post-apocalittici, a Bordano, sul greto più selvaggio e arcaico dell’alto Tagliamento.

E a proposito di condanne premature, anche il Festival triestino della Fantascienza, nato nel 1963 (primo al mondo nel suo genere) era già morto e quasi sepolto nei primi anni ’80. Ma poi nel 2000 (grazie a Massimiliano Spanu e Daniele Terzoli) si è risvegliato dall’ibernazione, come accade a Ryan Gosling all’inizio di “Project Hail Mary”, l’odissea spaziale di Phil Lord e Christopher Miller che nei mesi scorsi ha incassato a sorpresa 700 milioni di dollari nel mondo a fronte di 200 di budget (per dire quanto la fantascienza sia in crisi).

Così ai poveri appassionati non resta che ricordare le parole di Alfred Hitchcock quando gli chiedevano se le recensioni negative de “Gli uccelli” lo avessero amareggiato. Il mago del brivido rispondeva: «Ho pianto per tutto il percorso da casa fino alla banca». E sempre gli appassionati di fantascienza, in lutto per la morte dell’amata disciplina, “piangeranno” dunque per tutto il percorso che ci porterà invece, anche quest’anno, a un’edizione che si prospetta quanto mai vitale e intrigante del Trieste Science+Fiction Festival 2026.

In programma dal 3 all’8 novembre, la rassegna ha appena lanciato l’immagine firmata dall’illustratore bresciano Spugna (Tommaso di Spigna): una grande creatura post-umana carnosa e muscolare, che nonostante un aspetto repellente ripara con amore un robottino. Un messaggio che vuole essere «un'ode alla forza salvifica dell’immaginazione, capace di riaccendere un ultimo barlume di umanità perfino nell’essere più corrotto».

Pilotato sempre dalla Cappella Underground, in particolare da Chiara Barbo (presidente), Francesco Ruzzier (direttore artistico) e Alan Jones (direttore artistico del festival), il Trieste Science+Fiction vedrà svolgersi anche quest’anno le proiezioni al Politeama Rossetti e al Cinema Ariston, gli eventi collaterali allo SciFi Dome in piazza della Borsa e in sala Xenia, mentre è confermato il concorso letterario Mondofuturo dedicato a scienza e fantascienza in collaborazione con Area Science Park.

Ma questa edizione su punta soprattutto su due centenari quanto mai significativi: i 100 anni della fantascienza tout-court, e i 100 anni di uno dei registi più simbolici del genere, Roger Corman.

Il regista Roger Corman durante una premiazione a Trieste alcuni anni fa
Il regista Roger Corman durante una premiazione a Trieste alcuni anni fa

Era infatti il 10 marzo 1926 quando veniva fondata la rivista americana “Amazing Stories”. Anche se Verne e Wells (e il nostro Ariosto) avevano già immaginato i loro mondi, è stata questa rivista a coniare il termine Science-Fiction, segnando l’inizio dell’età d’oro della fantascienza e della sua diffusione di massa. Il Festival triestino proprio nell’edizione di 50 anni fa al Castello di San Giusto aveva allestito la mostra “L’era dei pulp americani di fantascienza”, con 180 rarissime riviste a partire dal secondo fascicolo originale di “Amazing Stories”. A novembre, allo sviluppo della fantascienza nei decenni dedicherà tavole rotonde e incontri sia sul cinema che sulla letteratura, oltre a una retrospettiva sui principali e più amati film Sci-Fi della storia.

Quanto mai atteso dai fan sarà poi l’omaggio a Roger Corman (nato il 5 aprile 1926), perché questo genio del cinema a basso budget era stato ben cinque volte ospite o premiato al Festival della Fantascienza e alla Cappella Underground dal 1963 al 2009, diventando di fatto il cineasta americano più “triestino”. Sarà a a Trieste per l’occasione la moglie, la produttrice e colaboratrice Julie Corman, sposata nel 1970, con cui ha avuto quattro figli. La celebrazione, oltre alle proiezioni di capolavori del “King of the B’s”, prevede nel catalogo diversi saggi critici per approfondirne la carriera e l’importanza. Inoltre, come anticipazione del Festival, in ottobre si svolgerà una retrospettiva di film diretti dai grandi “allievi” di Corman, registi usciti dalla gavetta della sua “factory” quali, fra i tanti, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Peter Bogdanovich, Joe Dante, Ron Howard.

Naturalmente, nelle riproposte dei film di Corman, non dovrebbe mancare “L’odio esplode a Dallas” (1961), unico suo film che perse dei soldi, ma di cui andava fiero. Un film, come più volte notato, che rappresenta una lucida ed evidente profezia del trumpismo.

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