La Grande Crisi del ‘29: come il mondo degli affari è finito in mano agli speculatori

Andrew Ross Sorkin scava in migliaia di documenti inediti e svela come un thriller il crollo di Wall Street

Piercarlo Fiumanò

Storie di crolli e naufragi. Per secoli le fortune del più importante mercato finanziario al mondo sono state quelle di una ristretta oligarchia.

Il primo grande crack finanziario del Novecento fu sventato nel 1907 da J.P. Morgan, il finanziatore delle ferrovie, dell’acciaio e del petrolio, il più grande banchiere americano dei primi anni del Novecento, che salvò Wall Street organizzando, nel giro di pochi minuti, un prestito da 27 milioni di dollari nel suo studio di Manhattan. La prima banca centrale fatta persona.

Fu solo il prologo della Grande Crisi del ’29. Dopo la Prima guerra mondiale, puntando sulle opportunità della ricostruzione in Europa, una marea di risparmiatori si gettò sul mercato, gonfiando un’enorme bolla speculativa che esplose con la crisi del «Giovedì Nero», quando tredici milioni di azioni andarono in fumo come in un gigantesco falò.

Fu una crisi talmente violenta, passata alla storia come il Grande Crash, da indurre Paul Warburg, il più celebre banchiere di quei tempi dopo Morgan, a dire che «Wall Street è appesa a un precipizio su una roccia che strapiomba su un mare in tempesta».

Dopo il suo primo grande best seller, Too Big to Fail, sulla crisi dei mutui subprime del 2008, Andrew Ross Sorkin scava in migliaia di documenti inediti per raccontare come un thriller la violenta tempesta finanziaria che travolse Wall Street e fu la premessa della Grande Depressione e della Seconda guerra mondiale.

Il libro (1929. La storia e i retroscena del grande crollo di Wall Street, Ulrico Hoepli) ci permette di entrare nei sancta sanctorum di una ristretta oligarchia di banchieri (la casa Morgan, con il fondatore John Pierpont Morgan), imprenditori (Henry Ford), speculatori (il più famoso, Joseph Kennedy, padre di John) e politici (Roosevelt e Hoover). Un mondo dove, per citare l’economista liberal John Kenneth Galbraith, che alla crisi del 1929 ha dedicato un celebre saggio (Il Grande Crash), «il mondo degli affari è ipnotizzato dalla speculazione finanziaria».

Quanto è lontana oggi Wall Street dai ventiquattro «operatori» che, all’angolo fra Broad Street e Wall Street, il 17 maggio 1792 si riunirono sotto un grande albero della famiglia delle platanacee per dar vita all’accordo (Buttonwood Agreement) che è all’origine della potente piazza finanziaria americana? Sorkin ha lavorato per anni negli archivi, utilizzando corrispondenza privata, documenti della Federal Reserve, diari, giornali e memorie inedite.

Non è solo una storia di soldi. Il risultato è una ricostruzione estremamente ricca del mondo finanziario degli anni Venti e dei suoi protagonisti, con personaggi come Jesse Livermore, il celebre speculatore ribassista che guadagnò enormemente durante il crollo e finì tragicamente suicida. La grande forza narrativa del libro consiste non solo nello spiegare le cause di quell’epocale disastro finanziario, ma anche nel costruire un intreccio avvincente come una fiction.

Alla crisi del 1929 ne seguirono molte altre nel secolo breve: il crollo delle Borse del 1987, la crisi messicana e quella dei mercati asiatici a metà degli anni Novanta, la bolla di Internet del 2000, la crisi dei subprime del 2008, fino alla crisi del debito sovrano e alla tempesta del Covid.

Rispetto al saggio di Galbraith, nel quale si intrecciano mirabilmente narrazione e interpretazione economica, qui ci troviamo di fronte a un abile mix di indagine giornalistica, forza del racconto e lavoro dello storico. Con uno sguardo costantemente rivolto al presente dell’America di Trump.

Il problema, neppure tanto nascosto, che risuona in ogni pagina è come affrontare oggi le bolle finanziarie, quei Cigni Neri (nella fortunata definizione di Nassim Nicholas Taleb) che arrivano all’improvviso e travolgono tanto le grandi fortune quanto il piccolo risparmio.

A una riunione di banchieri con il disastro incombente nessuno avvertiva ancora il pericolo e si parlava ancora di “leggera corsa alla vendita”. Sorkin osserva che il 1929 alimentò una profonda perdita di fiducia nelle élite economiche e nelle istituzioni. E anche oggi, nell’era delle criptovalute e del rischio di una bolla legata ai titoli dell’intelligenza artificiale, sembra intravedere un pericolo analogo.

Dopo qualche decennio di eccessi e di economia digitale, di miliardi di dollari bruciati e di ricchezza gonfiata, qualche timore potrebbe essere giustificato. Nel frattempo, come in un gigantesco pendolo, l’economia americana e Wall Street oscillano da un estremo all’altro. Una situazione che, nell’instabilità del nuovo ordine mondiale, presenta molte affinità con quella che precedette la grande crisi del ’29. Ecco perché la lettura del libro di Sorkin è anche una lezione per il presente come il dialogo del romanzo di Hemingway (Fiesta) citato da Sorkin: «Come hai fatto a fare bancarotta?» ,chiede uno dei personaggi. «In due modi», risponde l’altro. «Gradualmente prima e improvvisamente poi».

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