Trieste città creativa Unesco tutto si gioca sul suo asset la concentrazione di scrittori

A novembre se la vedrà con altre quattro candidature, vantando caratteristiche eccezionali tra cui il fatto di essere, unica in Europa, un museo letterario all’aperto 

L’analisi



La recente notizia che Trieste è ufficialmente candidata al ruolo di “Città creativa Unesco” per la Letteratura non fa che confermare quel che, negli ultimi anni, sta avvenendo: uno straordinario incremento delle sue potenzialità attrattive turistiche affiancato a una nuova consapevolezza da parte dei cittadini e delle istituzioni. È un fatto importante, questo, che sta dando i suoi primi frutti. A pesare sulla bilancia della designazione Unesco, ancorché subordinata alle altre quattro candidature con cui dovrà competere entro novembre, sono stati alcuni fattori oggettivi, unitamente ad alcune eccellenze di cui non tutti, forse, sono al corrente. Il primo fattore è legato alla sua rilevante tradizione letteraria. In Italia, ovviamente, vi sono molte città di eccellenza, ma la loro cifra raramente è solo letteraria, e più spesso riguarda fattori legati alle arti in generale (sto pensando ad Arezzo e a Piero della Francesca) o ai monumenti che contengono (restando nel novero dei cosiddetti “centri minori” basti citare Ferrara o Siena).

Qui, per un fenomeno abbastanza eccezionale, si è concentrato un numero rilevante di scrittori e non è difficile andare indietro nel tempo per collegare Trieste a letterati come Marie-Henri Beyle (Stendhal), Richard Francis Burton, Charles Lever, Ivo Andrić, Vladimir Bartol, Italo Svevo, Srečko Kosovel, James Joyce, Scipio Slataper, Giani Stuparich, Virgilio Giotti, Umberto Saba, Boris Pahor, Fulvio Tomizza, Claudio Magris, e così via. La lista è assai lunga, e vien fatto di domandarsi che cosa abbia attratto (o favorito lo sviluppo di) tante eccellenze a Trieste, se non la sua bellezza e la sua atmosfera, legata ai Caffè letterari, un fenomeno qui più diffuso che altrove (più vasto della Firenze del Giubbe Rosse, della Napoli del Gambrinus o della Padova del Pedrocchi, per fare alcuni esempi).

Il secondo fattore, non irrilevante, riguarda una condizione eccezionale: la città, infatti, è già un museo letterario all’aperto, cosa unica in Europa. A dirlo, fra gli altri, è il professor Herald Hendrix, grande italianista dell’Università di Utrecht, che in un suo saggio seminale sui rapporti fra le città e le letterature intitolato “Luoghi di memoria letteraria nell’Italia contemporanea” (Rivista europea di studi italiani, 2008), ci assegna la patente internazionale di “Capitale del Turismo Culturale” per la nostra rete di percorsi legati a tre grandi scrittori, Svevo, Joyce, Saba, basata su un centinaio di targhe che indicano i siti più rilevanti della loro vita. Tali targhe sono corredate da preziosi supporti esplicativi: le schede di lettura contenute in tre volumi, tutti contrassegnati dal logo “Itinerari triestini” (e va detto che proprio il testo su Joyce è da alcuni mesi esaurito nella sua terza edizione). Ecco dunque come Trieste si è proposta alla Commissione Unesco, in virtù di ciò che già possiede e che vorrà possedere in futuro. Proprio presentandosi come un “Museo letterario all’aperto”, infatti, ha ottenuto questo importante riconoscimento (numerosissime sono state le domande), posando sul tavolo il “poker d’assi” dell’erigendo Museo Letterario, in avanzata fase di costruzione a Palazzo Biserini.

Il fenomeno del Turismo Culturale, del resto, ha una sua storia che va indietro nel tempo, quando in Italia, nel XVIII secolo, ha preso piede il cosiddetto Grand Tour, destinato all’approfondimento delle nostre eccellenze artistiche come elemento di crescita per tanti giovani rampolli dell’aristocrazia nord-europea. Perché, se la cultura è l’immagine di un popolo o, nello specifico, di una città, (meglio sarebbe dire di una “collettività” che vuole rappresentare se stessa), ebbene è indubbio che Trieste sappia ben riflettere la propria storia letteraria e sappia trasmetterla in un contesto molto accattivante. È un fatto che, dopo la seconda guerra mondiale, gli orizzonti del Turismo Culturale hanno cominciato ad allargarsi. E ne è derivata un’industria — subito avviata alla globalizzazione — che, a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, ha investito anche le città “minori” (quale è la nostra). Nel 1993, poi, è arrivata la definizione ufficiale di Turismo Culturale, ad opera della Wto (World Tourism Organization), che ha sancito i criteri di classificazione di questo fenomeno, aprendo le porte al suo sfruttamento commerciale (si è passati, infatti, dal concetto di Cultura come “processo” a quello di Cultura come “prodotto”).

Per poi arrivare alla conclusione, abbastanza recente, che «il turismo è cultura», rinunciando all’annosa ripartizione fra «turismo alto e basso». Un concetto, questo, che ben si adatta a Trieste, anche se qui il sistema di accoglienza sembra ancora legato a quell’obsoleta diversificazione (non tutto per fortuna). Infatti, a mio avviso, l’albergatore che crede ancora di dover distinguere i suoi clienti fra quelli che vengono a Trieste per lavoro (congressi, incontri fra aziende, ecc.) e quelli che vengono per la sua storia letteraria sbaglia di grosso. Suo compito è investire promuovendo la “cultura” e basta: perché una cosa traina l’altra e perché sta a lui creare, magari in rete con gli altri colleghi a lui più affini, occasioni di attrazione anche per coloro che magari non hanno letto né Svevo né Joyce. Quest’evoluzione, storicamente, rientra nel percorso che rilancerà definitivamente il Turismo Culturale a Trieste. —dd

Riproduzione riservata © Il Piccolo