Memorie private e storia collettiva: la biografia per temi di Franco Belci

Esce “Alla ricerca della politica”. Un racconto lungo una vita, dal viaggio in Istria a bordo della 600 Multipla alla caduta dei confini

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
Festeggiamenti per l'allargamento ad Est della Ue
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All’inizio degli anni Sessanta una 600 multipla parte da Trieste verso Pola. La 600 Multipla, già: o la ricordi, o comunque la conosci. È famosa perché paradossale. Un’auto alla rovescia, con il muso schiacciato e la coda lunga; con un certo modernismo oggi la definiscono la prima monovolume della storia. Dentro ci sono cinque ragazzini, con la mamma Laura e il padre. Questa macchina attraversa l’Istria e al volante ha Corrado Belci, il capofamiglia, esule istriano Trieste dal 1947, politico impegnato nella Dc, che da lì a qualche anno sarebbe stato parlamentare per quattro legislature fino al 1979, e anche direttore del quotidiano Il Popolo. È originario di Dignano ma la sua città di crescita è proprio Pola e non vi fa ritorno dai giorni di quella partenza dolorosa.

C’è il disgelo, con la Jugoslavia esistono connessioni. Il viaggio è anche fatto di angoscia: l’elastico della memoria familiare, quando torna indietro dopo tanta tensione allungata, restituisce ferite interiori. È una sorta di pastorale istriana. La dogana, l’ispezione, il tragitto, l’arrivo. In una via anonima lontana dall’arena romana, «papà si incontrò con la casa della sua infanzia come fosse una persona», scrive Franco Belci, uno di quei figli. E ricorda un punto della costa, dove la famiglia si riposerà dalle grandi emozioni del viaggio: «una spiaggia di sassi, piccoli e rotondi, che si specchiavano nell’acqua cristallina».

Franco Belci esce in libreria con Alla ricerca della politica
Franco Belci esce in libreria con Alla ricerca della politica

Ognuno, in un libro, legge quello che vuole. In “Alla ricerca della politica” (Ronzani, 236 pagine) la memoria privata e la storia collettiva si intrecciano in un racconto ritmato, riflessivo e politico, che ha l’ambizione di rivolgersi però al domani. È un impianto forte per certe operazioni narrative; fa pensare a esempi di grande spessore come il lessico famigliare di Natalia Ginzburg, gli anni di Annie Ernaux o la famiglia Winshaw che Jonathan Coe immerge nella piovosa Inghilterra per spiegarci l’epoca di Margaret Thatcher.

Il libro di Franco Belci non è un romanzo e quindi su questa parte personale indugia rapidamente, spesso all’inizio dei capitoli, per introdurre l’analisi della politica di periodi vicini e distanti: dagli anni ‘60 fino al Covid e alle grandi migrazioni che interpellano - spesso senza buone risposte - la coscienza europea o ciò che ne rimane. Le scene personali sono preziose quanto brevi. Ma ognuno, appunto, in un libro legge ciò che vuole. E a me restano impresse quelle immagini.

Del resto se a oltre sessant’anni di distanza ricordi com’erano levigati i sassolini di una spiaggia, significa che quelle pietre di mare ti si sono depositate dentro, una alla volta. Belci ne scrive in un capitolo molto bello, che parla di confini e di orizzonti, stabilendo le danze segrete tra queste due parole. Confine, in particolare, «richiama zone di nessuno, passaggi esibiti e passaggi clandestini, unioni create e interrotte. La gioia di un ricongiungimento e il dolore di una separazione. Fa nascere e finire amori, traccia sulla carta geografica nascite e morti. Una parola capace di moltiplicare se stessa o di svanire nel ricordo».

Con questa prosa letteraria prestata alla saggistica, l’autore – storico, dirigente sindacale al vertice della Cgil in Fvg per quasi vent’anni, editorialista per il Piccolo e il Messaggero Veneto – ci conduce attraverso decenni di storia, con quella che Marcello Flores nella prefazione definisce «una biografia per temi».

I temi sono quelli che conosciamo tutti, da chi li ha vissuti a chi ne ha sentito parlare: la mafia, Papa Francesco, la “guerra mondiale a pezzi”, gli anni di piombo, la balena bianca scudocrociata, la pandemia e quei confini, che nel 2004, quando finalmente saltano con l’ingresso sloveno in Ue, Belci confessa di attraversare e riattraversare, in auto, in bici, con motivo o senza, solo per il gusto di farlo. Prima che una trama di false priorità riporti indietro l’orologio della sensibilità nazionale, sospendendo Schengen e ricollocando le linee laddove ci eravamo abituati a farne a meno.

Tanta storia, ma sempre con quel ritmo personale che fa emergere, di volta in volta, una telefonata drammatica di Sergio Mattarella e una complicata prassi per salire le scale di casa ai tempi dell’eversione. O un allenamento di pallavolo nel quale un paio di frasi brusche di un insegnante “uomo d’azione” squarciano l’anima politica di due ragazzi. Un prof di filosofia rimette le cose a posto, con poche parole, ristabilendo il senso di un impegno civile.

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