Rocco, il numero 11 e il Treviso in serie C: la carriera mancata di Ugo Pierri calciatore
A colloquio con il pittore e scrittore triestino

«Non voglio che da questa intervista venga fuori un santino, mi sputtani pure». Ugo Pierri non si fa scrupoli a rivolgere anche verso se stesso la sua nota ironia. La sua attività prevalente è quella del pittore (inediale, come ama definirsi, qualunque cosa voglia dire), ma è anche poeta e scrittore, tanto da meritarsi l’ingresso in quel Pantheon della cultura triestina che è Lets, il museo della letteratura di piazza Hortis.
È tornato a casa da poco, superata qualche traversia di salute, una casa dove vive con la moglie Afra e in cui si trova ben in vista la sciarpa del Milan, di cui è tifoso. Pierri ama il calcio e di questa passione parliamo oggi con lui. Da ragazzo giocava dai frati di via Rossetti, in via Livaditi. «Una volta nella sua macelleria di via Tarabocchia Nereo Rocco mi ha detto con quella testa non te pol zogar a balon».
Testa troppo fine per un calciatore? La sua vena artistica è sbocciata proprio grazie al calcio. «Dai frati sono passato alla Libertas, la squadra della Democrazia Cristiana, poi sono stato acquistato dal Treviso, in serie C, dove sono rimasto quattro anni».
Un periodo che Pierri ricorda con grande piacere. Treviso era un bell’ambiente, giravano parecchi soldi, c’era un certo Luciano Benetton che cominciava a darsi da fare con la maglieria, ma tutta la provincia veneta era in fermento, anche culturale.
Pierri giocava all’ala sinistra, con il numero 11. «Per usare meglio il sinistro facevo ore di esercizio, mandavo e rimandavo la palla contro un muro per migliorare il controllo». A Treviso incontra Afra, la ragazza che diventerà sua moglie. «Ci siamo conosciuti a una festa, ho preso una solenne ciocca come non mi è mai più capitato, tanto che volevo riaccompagnarla a casa ma non ci riuscivo, salivo e scendevo le scale di un monumento che c’è in piazza dei Signori».
Poi la invita nella stanza che il Treviso gli ha messo a disposizione, vuole farle vedere i suoi disegni, la ragazza pensa al vecchio trucco della collezione di farfalle, ma da un quaderno spuntano fuori davvero le sue opere. I genitori di Afra hanno una trattoria in centro, dietro piazza dei Signori, I due pomi, e conoscono parecchia gente, tra cui Giovanni Comisso, lo scrittore. Gli spediscono i disegni e Comisso li apprezza subito. È il trampolino di lancio per la carriera di Pierri.
Quella di calciatore invece non decolla. Finisce col giocare poco, chiuso da uno arrivato dalla Juventus, poi lo mettono in panchina. Colpa anche della sua ironia? «Non ho mai rinunciato alle battute. Avevamo un presidente, si chiamava Palla, arriva a un pranzo e cerca un posto dove sedersi. In mezzo, dico a voce alta. Palla al centro, no? Sono fatto così e non tutti apprezzano».
Dopo quattro anni l’avventura del Pierri calciatore semiprofessionista finisce, ma la Marca trevigiana gli ha cambiato la vita. Voleva fare il calciatore ma lo hanno scoperto pittore. Una storia delicata, non da sciagurati e mattoidi attaccanti argentini.
Però Pierri non dimentica il calcio, tutt’altro. Anche quando entra nel cenacolo di Anita Pittoni in via Cassa di Risparmio, e in cui con Claudio Grisancich forma la coppia dei giovani, il primo pensiero è sempre il pallone, per la disperazione della Pittoni. Il calcio ritorna anche nei suoi versi, come questi: “dietro la chiesa/di rosso mattone/mesti impiegati/giocano a pallone/rischiando la salute/la gioventù che resta/un archivista stitico/segna un gol di testa”. Non si stanca di seguire il calcio in Tv. «Tifo Milan ma cerco di essere sempre equilibrato nei giudizi».
E il pittore inediale? Prosegue la sua attività. Ha disegnato le carte degli Arcani che illustrano il libro dell’amico Dino Faraguna, “Un caffè?”. Alle presentazioni del libro non si è fatto vedere, ma al telefono ha recitato una poesia che, assicura, ha scritto per l’occasione che comincia così “sempre caro mi fu quest’ermo colle…”.
Diavolo d’un Pierri, è sempre il solito. Però un momento, manca lo sputtanamento. Pierri, dica la verità, quando giocava si è mai venduto una partita? «No, non l’ho mai fatto». E allora vuoi vedere che è venuto fuori un santino? —
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