La musica inquieta di Roger Waters e quel viaggio che attraversa il dolore
Esce il saggio scritto da Filippo Rossi dedicato al leader dei Pink Floyd

Non è solo musica, e forse non lo è mai stata. Nei Pink Floyd c’è un attraversamento costante: del dolore, del tempo, della paura. Un viaggio che costringe a guardare dove normalmente distogliamo lo sguardo. E che nasce soprattutto dalla mente inquieta di Roger Waters, nucleo incandescente attorno a cui ruota “Roger Waters e i Pink Floyd” appena uscito per Odoya. A firmarlo, Filippo Rossi, rodigino a Trieste da 17 anni, suggellando una passione divenuta centrale nella sua vita.
Rossi, intrecciando musica, riflessione filosofica e dimensione autobiografica sostiene che pochi abbiano davvero compreso i Pink Floyd e, soprattutto, Roger Waters. Cosa ci rifiutiamo di vedere restando alla superficie della loro musica e cosa ha visto lei, invece, che le ha cambiato lo sguardo?
«È semplice e insieme difficile da dire: il dolore, la sofferenza, la paura. Ne sono convinto, anche perché Waters lo dice da 60 anni ormai, quindi per chi ascolta con attenzione certe canzoni è evidente. Il punto centrale è che la loro musica, in particolare quella di Waters, mette davanti a emozioni che noi tutti tendiamo a rimuovere. Molti restano in superficie proprio perché evitano questo confronto interiore. Invece, il grande artista affronta e analizza il proprio dolore, lo esprime e lo rende condivisibile, creando una connessione profonda con chi ascolta: è questa la base della poetica dei Pink Floyd. Questa condivisione diventa una forma di riconoscimento e, in un certo senso, di cura: un processo simile a quello descritto da Jung, in cui attraversare la propria oscurità è necessario per conoscersi davvero».

Nel suo libro infatti la musica diventa percorso di trasformazione interiore. Quando ha capito che i Pink Floyd non erano più solo ascolto ma uno strumento per conoscere sé stesso?
«Quando ho iniziato a tradurne i testi al liceo. L'inglese è una grande barriera, e non solo per gli italiani. Per di più l'inglese complesso, colto e fortemente poetico tipico della scrittura di Waters, di non facile comprensione anche per gli anglofoni. Ero incuriosito non da un brano singolo ma da un album intero, e poi dall'evoluzione tra un disco e l'altro. Ciò mi ha permesso di andare oltre l’ascolto superficiale, cogliendo gli album come veri e propri viaggi narrativi e psicologici, paragonabili per profondità a opere di James Joyce o Italo Svevo. Certo, è una comprensione maturata negli anni, attraverso passaggi di vita che da giovani si possono solo intuire. Ma col tempo ho scoperto come quella difficoltà può aiutare ad attraversare e dar senso alle proprie ferite, come questi pezzi ti aiutino ad uscirne vivo».
Waters è una coscienza inquieta: chi è davvero e da dove nasce questa sua capacità di ferire e al tempo stesso illuminare chi ascolta?
«Il grande salto di colui che considero il più grande artista vivente sta in questo: prendere un’espressione personale, raffinata e profondissima, e farla diventare urlo collettivo, linguaggio universale che parla a tutti intrecciandosi con la società, la politica, i sistemi di potere. Cioè il passare da sé stesso agli altri: Animals, in questo senso, è lo spartiacque. Una forza che nasce anche dalla sua capacità di mettersi continuamente in gioco: non è mai ancorato al passato, ha sempre reinterpretato la propria opera in relazione al mondo che cambia. Questo lo rende unico: non solo racconta sé stesso, ma riesce a leggere il suo tempo e a proiettarlo nel futuro, influenzando generazioni diverse. Pur trattando temi complessi, ha raggiunto un impatto enorme: perché riesce a unire profondità e universalità».
Album come The Dark Side of the Moon o The Wall diventano nel suo racconto vere mappe interiori. Qual è stata la scoperta più scomoda o destabilizzante che ha fatto attraverso queste opere?
«Accettare che abbiamo un tempo limitato è la cosa più difficile. Eppure è un tema che nei Pink Floyd c’è da sempre: la caducità del corpo, il tempo che passa, la mortalità. Però la paura della morte viene superata: non conta il fatto che si muore, ma come si vive: impegnandosi, esponendosi, dando un senso al nostro stare insieme. La grande arte è quella che si espone, anche a livello sociale. Perché se ci si isola, la morte arriva prima di quella fisica. La vera risposta, allora, è l’impegno: ed è, in fondo, la lezione più radicale che Roger Waters continua a mettere in atto». —
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