Il Metropolitan Museum di New York celebra i talenti di Its

Alla mostra del Costume Institute su arte e moda esposte le creazioni di sei designer premiati dal contest triestino. E alcune sono anche diventate parte della collezione permanente  

Giulia Basso
Abiti e opere d'arte in mostra al Metropolitan Museum di New York
Abiti e opere d'arte in mostra al Metropolitan Museum di New York

Duecento abiti in dialogo con duecento opere d'arte, dai vasi greci alle felpe oversize, distribuiti in quasi 1.200 metri quadrati di gallerie nuove di zecca al Metropolitan Museum di New York. Costume Art, la mostra del Costume Institute visitabile fino al 10 gennaio 2027, segna l'apertura delle prime gallerie permanenti della moda al Met, le nuove Condé M. Nast Galleries adiacenti alla Grande Hall. Una dichiarazione di poetica oltre che istituzionale, dove il corpo vestito fa da filo conduttore di cinquemila anni di storia dell'arte, dai fregi del Partenone ai capispalla di Rei Kawakubo. In mezzo a tutto questo, tra un Picasso e un McQueen, tra un Dürer e uno Yamamoto, ci sono anche sei designer passati per Trieste.

Sei nomi dell'archivio di Its Arcademy, il museo della moda contemporanea nato da Its Contest, il concorso internazionale per talenti emergenti che dal 2002 porta a Trieste le migliori scuole di moda del mondo. Il caso più significativo riguarda la designer giapponese Seiran Tsuno: il suo lavoro non solo è in mostra, ma è entrato nella collezione permanente del Costume Institute. «È un riconoscimento davvero importante e molto emozionante per tutti noi, anche perché racconta quanto certi percorsi nati a Trieste riescano poi ad arrivare lontano», dice Barbara Franchin, presidente e direttrice artistica di Its Foundation.

Nakedand Nude Body
Nakedand Nude Body

Non è la prima volta che accade. Nel 2013 Harold Koda, allora curatore del Costume Institute e membro della giuria di Its quell'anno, si innamorò del progetto di Felix Chabluk Smith - un viaggio attraverso le ere dell'abbigliamento maschile - e lo acquisì per intero nella collezione permanente del museo. Tsuno rappresenta il secondo capitolo di un rapporto tra Its e il Met con radici più lontane di quanto sembri. La sua storia vale la pena raccontarla. La designer era infermiera psichiatrica quando nel 2018 arrivò a Trieste con una collezione realizzata con una penna 3D, uno strumento che fonde un filamento di plastica e permette di disegnare strutture direttamente nell'aria. Il risultato erano forme aeree fragilissime, smontate pezzo per pezzo per la spedizione e riassemblate all’arrivo.

Non erano abiti nel senso convenzionale: si posavano sul corpo come collane, come presenze sospese, pensate per «comunicare con il mondo invisibile» che lei conosceva dai reparti in cui lavorava. La modella era la nonna, in carrozzina dopo una frattura, e quelle costruzioni aperte, prive di una vera schiena, rivelavano così la loro natura più profonda: si adattavano a qualsiasi corpo.

La sezione Corpulent Body della mostra
La sezione Corpulent Body della mostra

Nell'ottobre del 2025 Andrew Bolton, curatore del Costume Institute, le ha scritto per chiederle un pezzo inedito. Tsuno ci ha lavorato insieme all'assistente che l'aveva aiutata anche nel 2018, mentre ultimava in parallelo la tesi di laurea magistrale in Arti e Scienze all'Istituto di Scienza e Tecnologia di Tokyo. L'abito risultante - bianco, esposto su un piedistallo alto e senza manichino, per scelta - è in dialogo con L'Urlo di Munch. Bolton ha scritto nel catalogo che i filamenti sottili di Tsuno suggeriscono una «fragilità porosa e in ultima analisi redentiva», in contrasto con le linee nere e cariche di angoscia del dipinto. «Avere il mio lavoro esposto al Met è sempre stato uno dei miei grandi sogni - ha detto Tsuno -. Non mi sembra ancora del tutto vero».

La profondità di questa ricerca non è ornamentale. «Attraverso la creazione di abiti esploro il nostro rapporto con il corpo. Per quanto mi riguarda, non sempre sento il corpo come naturale, o interamente"mio"», ha spiegato Tsuno. «E non credo che questo riguardi solo la malattia o la disabilità». È esattamente il terreno che Costume Art vuole dissodare: organizzata in sezioni tematiche che attraversano il corpo in tutte le sue forme - classico, gravido, anziano, con disabilità, tatuato - la mostra ha costruito i propri manichini a partire dalla scansione di corpi reali, in deliberata rottura con le silhouette standardizzate che il settore ha imposto per decenni. «Una mostra meravigliosa, di grande profondità e ricerca», aggiunge Franchin. «Restituisce la realtà dei corpi che abitano il mondo».

Accanto a Tsuno, in mostra ci sono altri cinque designer che Its conosce bene. «In esposizione compaiono nomi come Demna, Matthieu Blazy, Richard Quinn, Yuima Nakazato e Clémentine Baldo», ricorda Franchin, «a conferma del percorso internazionale costruito negli anni da Its Contest e del valore culturale di Its Arcademy.» Cinque traiettorie diverse, tutte con una tappa comune. Il georgiano Demna - finalista nel 2004, oggi direttore creativo di Gucci - è in mostra con un capo del 2019 di Vetements, il marchio fondato nel 2014 con cui aveva riscritto l'estetica del decennio, portando il guardaroba anonimo della periferia urbana dentro le collezioni più ambite del mondo. Il franco-belga Matthieu Blazy, vincitore nel 2006 e oggi alla guida creativa di Chanel, è presente con un abito della maison parigina. Il britannico Richard Quinn, finalista nel 2018, ha costruito una carriera sull'apparente paradosso di un'haute couture rigorosa esplosa in stampe floreali ridondanti e volutamente eccessive. Yuima Nakazato, selezionato due volte consecutive nel 2008 e 2009, coniuga tecnologia avanzata e artigianalità in capi che sembrano abitati da una fisica diversa. Clémentine Baldo, finalista 2024, ha collaborato direttamente con Michaela Stark - la designer i cui tre pezzi in mostra nascono da una critica radicale del corpo convenzionale, e il cui stesso corpo è stato scansionato per creare i manichini su misura dell’esposizione.

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