Senso di appartenenza e solitudini al femminile: l’esordio di Messina Cuti

Esce per Guanda il primo romanzo dell’autrice triestina che indaga sulla ricerca d’identità, non solo geografica

Mary B. Tolusso
Protagonista di “Tu vivi” è Dalia, una ragazza in cerca delle sue origini
Protagonista di “Tu vivi” è Dalia, una ragazza in cerca delle sue origini

È un romanzo sul senso di appartenenza, ma non solo, quello di Giada Messina Cuti, autrice nata a Trieste che firma il suo esordio letterario con “Tu vivi” (Guanda, pag. 270, euro 19). Un senso di appartenenza che allarga il suo concetto, al di là di una identità geografica.

Dalia, la protagonista, è figlia di una tossicodipendente, sarà adottata da Felice e Franca. La ricerca di appartenenza nasce già qui, dall’idea di famiglia e nel caso di Dalia non mancano i contrasti. Se Felice è un padre amorevole, Franca è una donna piuttosto indipendente, libera, e come tutti i soggetti molto liberi non priva di egoismi.

Non a caso la ragazza cresce con il padre e con la nonna Brigida, molto più accogliente della madre che in fondo ha sempre considerato quella figlia adottiva come una figura a rischio. Da lì l’autrice scava in una genealogia che la porterà a individuare le radici delle donne della sua famiglia, le cause di un diverso grado di libertà tra le sue antenate.

Ma c’è un’altra identità, quella dell’appartenenza geografica. Dalia infatti è di origine siciliana, la “sua” casa è quella di Golfo Gifone, ma la madre Franca costringerà l’intera famiglia a trasferirsi a Mestre, esclusa nonna Brigida che rimarrà nella villa storica. Viene quindi approfondita un’identità che appartiene ai luoghi, alla gente, alla lingua.

Non a caso l’autrice, in una riflessione pubblica, ha osservato: «A Trieste l’appartenenza non si misura in famiglie, ma in dialetto e questo sì, è un sistema infallibile. Il dialetto non si può contraffare o proporre con un accento diverso, come si concede alle lingue straniere. E se anche si parla in italiano (in lingua, così si dice), questo deve avere un’inflessione locale, altrimenti, inesorabilmente, non si appartiene». Ed è indubbio che a condurla su una scrittura di “appartenenza” sia anche l’esperienza vissuta nel capoluogo giuliano.

Tuttavia ai fini dei temi affrontati la lingua locale (nel caso del romanzo il siciliano) passa in secondo piano, almeno non quanto l’idea di appartenere a chi ci salva e ci aiuta a crescere. Entra così in gioco un altro profilo, quello di Gemma, misantropa dall’infanzia segnata, che molto ha in comune con Dalia a partire dalle stesse origini siciliane. Insomma saranno Brigida e Gemma i due punti di riferimento per la nostra.

Non si può dimenticare la ricerca di un altro tipo di appartenenza, quella sessuale, affrontata molto lievemente, senza particolari contrasti emotivi. Ma come avvengono tutte queste ricerche? E qui entra in campo un’altra dimensione, piuttosto fantascientifica, la possibilità di individuare i traumi e alleggerirli attraverso i sogni, i ricordi, ma non come farebbe uno psicoanalista.

Messina Cuti allestisce tutta una serie di sperimentazioni che sembrano appartenere a un mondo piuttosto avanzato, quasi distopico. Se un limite c’è, forse è proprio quello di non riuscire ad amalgamare (più credibilmente) le due dimensioni – la reale e la surreale –, si stenta insomma a credere alle sperimentazioni oniriche, soprattutto verso la fine o comunque non ci restituiscono un marchio emotivo.

Per il resto il senso di appartenenza è investigato su più fronti e ha a che fare con le donne. Donne che preferiscono la solitudine che garantisce una certa indipendenza, donne libere con un eccesso di zelo, tanto da non considerare le necessità degli altri, ma solo le proprie. E donne che attraverso la cultura o il bisogno di sapere, di imparare, risultano indubbiamente più determinate alla propria libertà. Ma questo forse, la faccenda della cultura quale discrimine di accoglienza, indipendenza, e apertura al rischio per un giusto miglioramento, si può dire per qualsiasi individuo.

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