Tullio Stravisi, il fotografo che con i suoi “Volti di artisti” aprì le porte dei musei

Martedì 14 febbraio Bruno Pizzamei al Circolo fotografico triestino traccerà la figura del docente e artista scomparso nel 2003

Claudio Ernè
Tullio Stravisi
Tullio Stravisi

TRIESTE. Ha avuto il merito di scardinare la rigida disciplina che non ammetteva le fotografia all’interno della galleria comunale d’arte di Trieste. È riuscito con le sue immagini ad approdate alla prestigiosa galleria Keith de Lellis di New York e le sue fotografie sono state acquistate da musei e collezionisti americani. Per anni è stato punto di riferimento per decine di fotoamatori non solo triestini che guardavano alle sue immagini e spesso vi si ispiravano per trarne spunti per il loro lavoro.

«Cerco di cogliere quel po’ di poesia che emana dai soggetti umili o da case in via di disfacimento, riproponendoli in chiave quasi monumentale per cristallizzarne il ricordo» aveva affermato all’apertura di una delle sue tante mostre approdate, tra l’altro, al Museo Revoltella, a Palazzo Costanzi, al Centro arti plastiche di Udine, a Roma a Palazzo Barberini, al museo etnografico di Lubiana e al Craf di Spilimbergo dovo tutto il suo archivio ha trovato accoglienza e valorizzazione.

Martedì 14 febbraio la figura e l’opera di Tullio Stravisi, docente e preside dell’Istituto nautico mezzo secolo fa, saranno al centro della conferenza organizzata alle 19 dal Circolo fotografico triestino di cui lo stesso Stravisi fu presidente per una ventina d‘anni, dal 1972 al 1993. Ne illustrerà la figura Bruno Pizzamei che di Stravisi fu prima allievo al “Nautico” e poi docente nello stesso istituto.

Uno dei tanti meriti di Tullio Stravisi, come dicevamo, è stato quello di scardinare la rigida disciplina che non ammetteva le fotografie all’interno della sala comunale d’arte. Era riuscito a farlo proponendo una mostra dedicata agli artisti triestini e ai loro ritratti. Aveva annunciato che «i negativi non sarebbero stati minimamente ritoccati». Qualcuno tra i pittori, scultori, scrittori e poeti - uomini e donne - si era defilato, ma la maggioranza aveva acconsentito e in tanti di buon grado si erano posti di fronte all’obiettivo.

La mostra “Volti di artisti” si era aperta nel giugno del 1978 e nel cartoncino dell’invito Tullio Stravisi aveva spiegato di aver “pensato a una serie di ritratti in cui tutti guardassero lo spettatore, con i volti più grandi delle dimensioni reali. Ho voluto trattare i soggetti senza alcuna adulazione professionale, accostandoli in modo da esprimere un’unica coralità. Per dar forma a questa idea ho deciso di scegliere un gruppo di persone per quanto possibili affini e il più logico mi è sembrato quello degli artisti. La scelta ovviamente è stata limitata, senza però alcuna pretesa di stabilire delle classifiche. Spero che gli esclusi non me ne vogliano e magari… non me ne vogliano gli inclusi”.

Tra i tanti inclusi “guardavano il pubblico” i ritratti in bianco e nero di Nino Perizi, Miela Reina, Emilio Vedova, Marcello Mascherini, Carlo Sbisà, Mirella Schott Sbisà, Andrea Pollitzer, Stelio Mattioni, Manlio Cecovini, Cesare Sofianopulo, Tiziana Fantini, Aldo Bressanutti, Ketty Daneo, Bruno Ponte, Marino Cassetti, Marcello Fraulini, Livio Rosignano, Mariano Cerne, Luigi Spacal, Villibossi, Federico Righi. Questo reportage, oltre a costituire una sorta di censimento degli artisti che gravitavano su Trieste, ha innescato tra altri fotografi una serie di successivi lavori di analogo contenuto. Lo ha fatto Alice Zennari in un volume edito da Mladika dedicato oltre che agli artisti anche agli scienziati e lo ha ripetuto Maurizio Frullani, estendendo l’area delle riprese fotografiche a tutta la regione, realizzando un libro di grande intensità – edito dal Consorzio culturale del Monfalconese - dove gli artisti sono ripresi non più in primo piano, come aveva fatto Tullio Stravisi, bensì negli spazi fascinosi e segreti dei loro studi.

Altre mostre di Stravisi hanno “segnato” profondamente la fotografia triestina: tra queste, “Il Carso”, esposto a Palazzo Costanzi sotto forma di gigantografie; realizzato nel 1968 su incarico di Giulio Montenero all’epoca al vertice del Museo Revoltella con il ruolo di “conservatore”. Lo stesso Montenero accompagnò spesso Stravisi nelle sue riprese sull’altipiano. Anche le gigantografie rappresentarono una assoluta novità perché le mostre erano e purtroppo spesso sono ancora legate e fotografie di esigue e asfittiche dimensioni. «Le mie fotografie sono immagini semplici: non vogliono giustificare teorie filosofiche e letterarie» aveva affermato l’autore, rivendicando la sua autonomia e indipendenza di pensiero.

Del suo lavoro va citata anche la sofisticata ricerca nel colore intrapresa in solitario all’inizio degli Anni Ottanta, con un impegno pesantissimo perché Stravisi non si serviva di laboratori. Come per il bianco e nero faceva tutto da solo nella sua camera oscura perché voleva controllare personalmente ogni fase del procedimento. Sviluppo e stampa, temperature e uso dei filtri dell’ingranditore. L’esito è stato travolgente com’è stato molto delicato uno dei suoi ultimi lavori, dedicato alla sua famiglia, un gioiello di semplicità e poesia. Una mostra «strettamente personale, una mostra un po’ inusuale, ma a 80 anni di età e più di 50 di fotografia, uno può permettersi di uscire dal seminato». «Le immagini proposte – spiegò durante la presentazione lo stesso Stravisi - costituiscono solo la modesta documentazione della nascita e della crescita di una famiglia. Anche l’allestimento è modesto: sono pagine di un album, non ingrandimenti giganti con splendide cornici che in questo caso avrebbero costituito una stonatura». Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2003, per volontà dei familiari tutte le immagini dell’archivio Stravisi, sono conservate nel Centro regionale di archiviazione fotografica-Craf di Spilimbergo: sono duemila stampe e diecimila negativi da cui sono stati ricavati un catalogo e una mostra.

Riproduzione riservata © Il Piccolo