Un nuovo studio svela la preistoria sommersa del Nordest
Un articolo dell’Università di Southampton e Ogs di Trieste pubblicato sull’ultimo numero di Quaternary Science Reviews indaga il tempo in cui l’Alto Adriatico era una distesa di terra: «Sono sott’acqua i segreti che spiegano il nostro Neolitico»

I segreti della preistoria nel Nordest giacciono sul fondo dell’Adriatico, in attesa di essere dissepolti. Lo deduce un nuovo studio dell’Università di Southampton e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) di Trieste, in cui i ricercatori ricostruiscono l’evoluzione dei paesaggi costieri che caratterizzavano questa regione tra il 9000 e il 4000 a.C., offrendo nuove informazioni sulle condizioni ambientali in cui vissero le comunità del Mesolitico e del Neolitico.
In un tempo remotissimo, 11.000 anni fa, lo spazio di mare che oggi conosciamo come Alto Adriatico era una distesa pianeggiante di antiche foreste solcata dal corso dei fiumi in discesa dalle Alpi. Nell’odierno golfo di Venezia il Brenta e il Piave si congiungevano in unico fiume che sfociava nel mare in un unico grande delta. In quello che oggi è il golfo di Trieste, invece, con tutta probabilità l’Isonzo proseguiva il suo cammino per molti chilometri ancora, trasformando tutta l’area in una grande laguna.
Le popolazioni degli antichi abitanti di questa terra vivevano allora di caccia e raccolta. Secondo gli autori dello studio, è probabile che questi arcaici nordestini prediligessero vivere nei pressi della costa, dove l’incontro fra la pianura e l’ambiente marino offriva una maggiore abbondanza e varietà di risorse: alle consuete prede del bosco e ai frutti della terra si aggiungevano lì le possibilità della pesca, della caccia agli uccelli marini, la raccolta delle uova e dei mitili.
A quei tempi l’ultima era glaciale era finita da poco, e nei 5 mila anni successivi il livello del mare si sarebbe innalzato di oltre cento metri, portando gradualmente la linea di costa sulle posizioni che conosciamo oggi. Lo studio ha permesso di ricostruire questi paesaggi perduti combinando dati già esistenti, provenienti dall’analisi di carote di sedimento, con nuovi dati geofisici ad alta risoluzione, acquisiti dall’Ogs. Attraverso l’identificazione dei diversi ambienti deposizionali e la realizzazione di modelli di inondazione, i ricercatori hanno potuto definire non solo la distribuzione spaziale degli antichi paesaggi, ma anche la loro evoluzione nel tempo.
Le ricostruzioni evidenziano la presenza di diverse generazioni di barriere costiere (gli accumuli paralleli alla costa che fungono generalmente da argine) e da retro-barriere (le zone più paludose che si sviluppano sul retro della barriera costiera), oltre ad ambienti di laguna, palude e delta. Questi paesaggi potevano svilupparsi durante le fasi in cui l’innalzamento del livello del mare rallentava, per poi essere rapidamente sommersi durante le successive fasi di ingressione marina.
Nel corso dei secoli, quindi, le popolazioni mesolitiche hanno affrontato il lento mutare della linea di costa, adattandosi a un ambiente mutevole. L’ultima parte del periodo considerato dallo studio, inoltre, corrisponde all’epoca in cui anche nel Nordest gli umani affrontarono la lenta transizione al Neolitico, ovvero il passaggio da un sistema principalmente nomadico, basato su caccia e raccolta, al modo di vita dell’agricoltore stanziale. Anche nel Nordest questa epoca è ancora ampiamente avvolta nel mistero, e lo studio di Southampton e Ogs indica che per gettarvi nuova luce bisognerà andare a setacciare l’antica pianura che giace al fondo del mare: «I paesaggi sommersi sono un importante tassello mancante nello studio della preistoria, specialmente in Alto Adriatico – commenta Samuele Ongaro, primo autore dello studio e dottorando presso l’Università di Southampton -. I risultati di questa ricerca ci permettono di ricostruire questi paesaggi perduti, che ambienti ospitavano, come sono cambiati nel tempo e che importanza potevano avere per le popolazioni preistoriche, un passo fondamentale per la futura ricerca archeologica nell’area». Federica Donda, geologa marina della sezione di Geofisica dell’Ogs e co-autrice dell’articolo, aggiunge: «Questo studio dimostra come l’integrazione di dati geologici e geofisici consenta di ricostruire l’evoluzione ambientale di aree ora sommerse, evidenziando al contempo come i fondali marini siano parte integrante del patrimonio archeologico. Una porzione significativa dei territori frequentati dalle popolazioni antiche si trova oggi sott’acqua e la loro storia ed evoluzione non può essere compresa attraverso la sola archeologia terrestre».
È una fase della storia umana, questa, che gli studi degli ultimi decenni hanno sottoposto a revisioni sostanziali: oggi si è quantomeno sfumato il modello evoluzionista classico, per cui caccia e raccolta e agricoltura sarebbero due fasi obbligate del percorso che porta le società umane da una bassa complessità a una complessità maggiore. Si riconosce invece che questo “passaggio” è tutt’altro che automatico ed è difficile ridurlo a generalizzazioni fino a poco tempo fa date per assodate, come la catena di ferro che si pensava unisse agricoltura, stanzialità, civiltà urbana e gerarchia.
Il lettore che cerchi testi con cui raccapezzarsi sull’argomento può rivolgersi a “Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità” di Yuval Noah Harari (Bombiani, 2017, 544 pp., 17,10 euro) per una affascinante ricapitolazione della materia secondo il punto di vista canonico. In “L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità” di David Graeber e David Wengrow (Rizzoli, 2022, pp. 736, 28 euro) troverà invece una critica argomentatissima al determinismo con cui gli umani interpretano la loro storia più remota, un testo in cui le questioni poste sono forse più importanti delle risposte fornite.
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