Uno sguardo sull’Italia da piazza Fontana a Pinelli per una verità da conquistare

Uno sguardo indagatore sull’Italia. Senza cedere alle tentazioni dei luoghi comuni. Con una spiccata attitudine, semmai: fare e farsi domande sugli aspetti più controversi della nostra storia e dell’attualità. È il profilo di Leonardo Sciascia, uno dei maggiori scrittori del Novecento, di cui tanto adesso si riparla, nel trentesimo anniversario della morte. Lo fa, con un libro denso di analisi acute e sapidi racconti, Felice Cavallaro, in “Sciascia l’eretico - Storia e profezie di un siciliano scomodo” (Solferino, pagg. 298, euro 17). Cavallaro, inviato del “Corriere della Sera”, aveva conosciuto Sciascia quand’era ancora bambino, per la stretta amicizia delle famiglie, a Racalmuto (Agrigento) e soprattutto durante le villeggiature in campagna alla Noce, proprio là dove Sciascia si ritirava a scrivere i suoi libri. E così i ricordi degli aspetti personali si legano alle considerazioni più generali sul lavoro d’un intellettuale che ha vissuto, spesso con fatica e dolore, il compito di coscienza critica del Paese. I temi delle pagine: la mafia che stravolge politica e società e la condanna dell’antimafia di comodo, la ricerca della verità che solo la letteratura rende possibile, la condanna di ipocrisie e trasformismi che celano il disordine della corruzione. E l’attenzione profonda ai retroscena della storia e alla voce più profonda delle persone, come rivelano anche le pagine de “L’affaire Moro”, un affilato pamphlet sulle ombre del rapimento e dell’uccisione dello statista democristiano. Una passione di fondo, da illuminista: “Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione”.
Storie da rileggere anche per Enrico Deaglio in “La bomba - Cinquant’anni da piazza Fontana” (Feltrinelli, pagg. 295, euro 18): la strage del 12 dicembre ‘69 a Milano con 17 morti e decine di feriti, l’avvio della strategia della tensione che ha provato a bloccare la democrazia italiana. Trame di neo-fascisti e uomini dei servizi segreti, false indagini, manovre di agenti di paesi stranieri, processi giudiziari infiniti, verità nascoste da parti del mondo politico e di apparati dello Stato. E un’inquietante mancanza di verità che ha inquinato la vita civile. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, sono chiare le responsabilità degli ambienti dell’estrema destra per la strage (ma con molti personaggi impuniti) ma non tutti i retroscena. Nuove scoperte, che Deaglio analizza con spirito critico, fanno ritenere che finalmente una verità si possa raggiungere e rendere nota.
C’è un’altra vicenda, in quel dicembre ‘69, su cui riaccendere un faro. Come fa Paolo Pasi in “Pinelli-Una storia” (Elèuthera, pagg. 183, euro 16): il ferroviere anarchico fermato per la strage, interrogato per un paio di giorni dalla polizia, morto precipitando da una finestra della Questura: un militante appassionato, non violento, innocente rispetto a ogni accusa. Una vita distrutta. Da ricostruire con grande sensibilità umana e politica.
È “Un paese in movimento”, quell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, come dice bene il titolo del libro di Simona Colarizi, una delle migliori storiche contemporanee, per (Laterza, pagg. 164, euro 18). L’onda lunga del boom economico, una nuova sensibilità sociale che trova eco popolare con le proteste studentesche del ‘68 e operaie del ‘69, l’avvio degli “anni di piombo”, con le bombe dei neofascisti e le uccisioni delle Brigate Rosse. Ma sarebbe un errore ridurre quella stagione alla sola violenza. Ci sono movimenti, politici e di opinione pubblica, che “trovano sponda nelle élites riformiste” e provano a “chiudere i conti con il passato” e costruire “un’Italia democratica e moderna”. Le prove di tali e tante tensioni positive, che la Colarizi documenta con grande competenza, stanno “nella più ricca stagione di riforme dell’intera storia d’Italia: scuola, sanità, pensioni, Statuto dei lavoratori, divorzio, nuovo diritto di famiglia” e tanto altro ancora. L’Italia, nonostante tutto, cambia in meglio. —
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