“Da nessuna parte”, Yasmina Reza spiega l’instabilità di ogni cosa
Il nuovo volume, edito in Italia da Adelphi, raccoglie due opere che per stile e soggetti sono in connessione

A qualcuno, forse, dirà poco il nome della drammaturga e scrittrice Yasmina Reza, quest’autrice francese, nata a Parigi nel 1959, ma con un cognome di origine persiana. Sicuramente dirà di più il fatto che Reza, oltre a libri di successo, ha realizzato pièce teatrali di fama internazionale, tanto da essere trasposte anche al cinema.
Se diciamo Carnage, il celebre film diretto da Roman Polański, è inevitabile dire anche Reza. Perché è proprio lei l’autrice del testo, andato in scena nel 2006 a Zurigo con un altro titolo, Il dio del massacro, edito poi in Italia da Adelphi nel 2011, lo stesso anno dell’uscita del film. Una pellicola che fece conoscere ai più questa straordinaria scrittrice, già nota peraltro per la commedia Art, tradotta e rappresentata in trenta nazioni.
Altrettanto straordinario il fatto che sarà a Venezia venerdì 27, alle 18, a Palazzo Diedo – Berggruen Arts & Culture, in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Da nessuna parte (Adelphi, 154 pagine, 18 euro, traduzione di Anna Morpurgo e Daniela Salomoni).
Un vero e proprio evento, facilitato da un altro fatto, probabilmente noto a pochi, e cioè che Yasmina Reza, da sempre innamorata della Serenissima, una parte dell’anno abita anche a Venezia, a suo tempo visitata persuasa dalle lodi di un amico. Un vero colpo di fulmine, tanto che la città fa pure da sfondo ad alcune sue raccolte in prosa, come per esempio La vita normale. A pensarci pare un po’ inevitabile questo amore a prima vista. Venezia ha dalla sua il cuore della poetica reziana, ovvero l’inevitabile trascorrere del tempo. Il Tempo, appunto, quello che con la T maiuscola, quello che ostinatamente fa dei vivi creature «fieramente in divenire».
Da nessuna parte raccoglie due opere, due libri che per stile e soggetti sono in connessione, Hammerklavier del 1997 e Da nessuna parte del 2005, raccolte che si richiamano a vicenda ad anni di distanza: «Hanno in gran parte gli stessi protagonisti» scrive Reza. Sono racconti ispirati ai ricordi della propria vita, ma solo in parte.
Quello che emerge, infatti, è l’instabilità di ogni cosa, a partire dalla stessa identità. Così i ritratti dei figli, o quello del padre o di alcune amiche, puntano su una memoria che agisce per frammenti. Non è la linearità della storia che conta, Reza ci sbalordisce spesso e spesso potremmo chiederci il senso delle sue sintetiche trame, kafkiane con leggerezza: brevi conversazioni con le persone a lei più care, sogni, piccoli bisticci che paiono insignificanti, la vita ordinaria insomma, ma intesa per frammenti.
D’altra parte Reza è chiara, nel racconto “Mademoiselle” intuiamo come sia paesaggi che uomini possano essere colti solo di sfuggita, come i particolari in fuga che osserviamo da un treno. Certo il tempo e l’insignificanza del tutto sono matrice costante dei vari soggetti, ma comunicati con tenerezza, con un nichilismo grazioso, potremmo dire. Per esempio il fatto che il poco senso dell’esistere possa essere rappresentato anche da una madre intenta a ritagliare gli articoli che riguardano il successo di una figlia.
Che fine faranno? A cosa servirà? O ancora, a osservare la nuca del proprio figlio, a immaginarlo adulto, vecchio, infine morto. Chi saprà mai dell’amorevole sguardo attuale? Sono schegge narrative che sembrano lasciarci la testimonianza che lì, in quel tempo, qualcuno è esistito, qualcuno ha vissuto. Perciò commuove il sorriso sdentato dei bimbi o dei vecchi, osservato come un atto estremo: la più pura offerta di sé nella propria miseria e incompiutezza. Ma a volte è inutile voler comprendere a tutti i costi, anche questo sembra dirci l’autrice.
In “Là dove tu non sei”, appellandosi a uno scritto di Roland Barthes, Reza ci rimanda al mistero della scrittura, al suo darsi (anche) in assenza di destinatario, a come l’arte insomma non preveda la solita comunicazione, ma riesca a mantenere aperti tutti i paradossi e le aporie del vivere.
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