Il commento: “Esodo, serve capire evitando strumentalizzazioni politiche”

Non è facile, a distanza di un’ottantina d’anni, riuscire a distinguere la tragedia di un intero popolo costretto ad abbandonare la propria terra dalla retorica che, inevitabilmente, attanaglia celebrazioni, convegni, cerimonie.
Che pure sono necessarie e benvenute, perché consentono a istriani, fiumani e dalmati e ai loro discendenti, sparsi nelle più disparate lande del globo, di ricevere un risarcimento – sia pure immateriale – per le ingiustizie subìte e per l’inverecondo oblio che per oltre mezzo secolo ha circondato l’esodo di trecentomila italiani.
Quello del Giorno del Ricordo, che oggi ricorre, è un risarcimento della Storia ed è ancora lontano dal dirsi compiuto. Ma certo la legge istitutiva del 2004, figlia della caduta del Muro, della dissoluzione della Jugoslavia, del processo di riconoscimento reciproco dei torti subiti e della cocciutaggine di chi ha lottato per suturare questa ferita che ancora sanguina, è una legge sacrosanta, attesa, giusta.

Ora siamo qui, a guardare l’immagine assurta a simbolo dell’esodo. Mostra gli ultimi italiani nel febbraio 1947 lasciare Pola, ultima enclave tricolore istriana ceduta al maresciallo Tito: figure disperate, infagottate da cappotti e sciarpe, volti sbigottiti, mani che stringono valige, carretti stipati di bauli. Sullo sfondo, pronto a salpare, il piroscafo “Toscana”, dove fra poco quell’umanità dolente si imbarcherà per disseminarsi nel mondo, assieme alla moltitudine di profughi che l’hanno preceduta.

Ecco: è quella foto in bianco e nero che si dovrebbe tenere a mente per cercare di comprendere la portata dell’accaduto. Quello di cui si avverte il bisogno - oggi più che mai – è un’interpretazione ripulita da tutte le strumentalizzazioni che dal termine della Seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri, hanno contraddistinto la narrazione (finanche la negazione) dell’esodo e delle atrocità che l’hanno provocato, rappresentato innanzitutto dall’orribile crimine delle foibe.
Istriani, fiumani e dalmati hanno patito la rimozione imposta da un’Italia sconfitta, che cercava di nascondere sotto al tappeto dell’indifferenza le proprie responsabilità; hanno sopportato l’insulto di essere definiti “fascisti” da una componente cospicua della sinistra; di contro, sono diventati mezzo di rivalsa prima, e di ricerca di consenso poi da parte della destra.
Il percorso che ha portato all’istituzione del Giorno del Ricordo è stato faticoso, doloroso, frustrante. Costellato da battaglie perse. Infarcito da sopracciglia alzate, sospiri d’insofferenza. Ed è riuscito a progredire solo quando l’evolversi della Storia ha portato ai primi gesti di reciproca comprensione e autocritica, quando la politica e la diplomazia hanno ritrovato la strada di un complicatissimo dialogo.
Il cammino verso la conoscenza delle complesse vicende del confine orientale è stato intrapreso. Ma il traguardo della restituzione della dignità a genti così a lungo bistrattate non è ancora raggiunto. Ognuno di noi ha la possibilità di capire meglio.

La visita allo sconvolgente Magazzino 18, ora ospitato al Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste, è una tappa alla portata di chiunque: lì sono esposte le masserizie depositate dagli esuli in fuga e mai più recuperate.
Aggirarsi tra le cataste di sedie, i ritratti scoloriti, i quaderni e le pagelle di scolari oggi ormai ultraottuagenari, le madie e i tavoli da cucina, i ninnoli che un giorno arredarono le case di quei nostri fratelli, può aiutare ad aprire definitivamente gli occhi.
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