Giornata Mondiale della Poesia, le voci dal Friuli Venezia Giulia per celebrare il 21 marzo
In occasione della Giornata istituita dall’Unesco abbiamo chiesto ai protagonisti del mondo della cultura regionale di condividere con noi una loro poesia o, in alternativa, un testo per loro particolarmente prezioso. Le abbiamo raccolte qui

Il 21 marzo si celebra la Giornata mondiale della Poesia, istituita dall'Unesco nel 1999 per promuovere la lettura, la scrittura e l'insegnamento del genere poetico come forma d'arte essenziale e come strumento di dialogo e di comprensione tra culture.
La poesia è arte e bellezza, emozione, forma di espressione, musica di parole. E ha la capacità di dare voce ai sentimenti più personali, intimi, anche i più difficili da descrivere. Ed è per questo che molti si misurano con la poesia, scoprendosi sorpresi da versi che esprimono sensazioni alle quali non riuscivano a dare forma. In tanti hanno una poesia nel cassetto, in un diario, nelle note del telefono o in una cartella del computer.
Abbiamo chiesto ai protagonisti del mondo della cultura del Friuli Venezia Giulia – musicisti, registi, attori, scrittori, pittori – di condividerle con noi, regalandoci una loro poesia o, in alternativa, la poesia per loro particolarmente preziosa.
Ne abbiamo fatto una raccolta con la quale vogliamo celebrare questa ricorrenza, che è anche primo giorno di primavera. Una pagina piena di bellezza da leggere un po' per volta, con la lentezza che è il tempo della poesia, quello necessario per stupirsi e farsi emozionare.
Le poesie che troverete qua sotto:
Tullio Avoledo (scrittore)
Riccardo Cepach (responsabile Museo Lets)
Paolo Cervi Kervischer (pittore)
Stefano Dongetti (attore)
Angelo Floramo (scrittore)
Valentina Gasparet (curatrice di Pordenonelegge)
Chiara Gily (scrittrice)
Rita Maffei (attrice e regista)
Enzo Martines (scrittore)
Alessandro Mizzi (attore)
Matteo Oleotto (regista)
Paolo Patui (scrittore)
Ariella Reggio (attrice)
Antonella Sbuelz (scrittrice)
Massimo Somaglino (attore e regista)
Aida Talliente (attrice)
Glauco Venier (musicista)
Gian Mario Villalta (scrittore)
La Fine
di Chiara Gily
Il silenzio è l’urlo che resta
quando l’amore si spegne, piano,
come una luce dimenticata accesa in una stanza dove non ho più voglia di entrare.
Anche per me,
che amavo l’amore più di te,
ora rimane solo un’eco,
un fremito lontano,
un dolore che conosce a memoria il mio nome.
La solitudine è ostinata,
mi veste addosso come un abito
che non so più togliere,
che ha la forma del mio corpo.
Eppure mi salvo.
Cambio sguardo,
scavo tra le macerie per selezionare il buono che rimane,
e mi prendo cura di ciò che non è crollato.
Trasformo il dolore in qualcosa che somiglia quasi alla bellezza.
Attraverso il fuoco in fretta,
perché so:
se resto, brucio.
E questa è la fine dell’amore:
non il rumore di una porta che sbatte,
ma il lento svuotarsi di una casa,
due vite che non si sanno più trattenere.
La fine di un amore è imparare a lasciarsi
senza più farsi del male.
Iniziativa
Matteo Oletto sceglie Goethe
Finchè uno non si compromette,
c'è esitazione, possibilità di tornare indietro e inefficacia.
Rispetto ad ogni atto di iniziativa, e creazione,
c'è solo una verità elementare,
l'ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani.
Nel momento in cui ci si compromette definitivamente,
anche la provvidenza si muove.
Ogni sorta di cosa accade per aiutare,
cose che altrimenti non sarebbero mai accadute.
Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione
facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di accadimenti imprevedibili,
incontri ed assistenza materiale che nessuno avrebbe mai sognato
potessero venire in questo modo.
Tutto quello che puoi fare o sognare di poter fare,
incomincialo.
Il coraggio ha in sè genio, potere e magia.
Incomincialo adesso.
Mix di autori del cuore
di Ariella Reggio
Mi piacciono tanti poeti, da William Shakespeare, con i sonetti, ai “noneti” di Lino Carpinteri e Mariano Faraguna, da Umberto Saba a Giovanni Pascoli, da Alda Merini ad Anita Pittoni, da Pier Paolo Pasolini a Giuseppe Ungaretti, e gli amici Ugo Pierri, Claudio Grisancich e Alessandro Fullin.
E un autore del passato che mi diverte è Trilussa. C’è una sua poesia che amo recitare, anche se è un po’ drammatica, “La vispa Teresa”. A proposito di versi mi viene in mente anche una filastrocca, che dicevo da bambina, di Bruno Munari, e che mi ripeto ancora oggi, quando non trovo qualcosa. Funziona sempre! E’ “Gigi cerca il suo berretto, dove mai lo avrà cacciato?”.
Lo cerca dappertutto, e poi si accorge che lo ha in testa. A parte gli scherzi, penso che tutti i poeti, anche quelli meno noti, siano degni di stima, perché sentono il bisogno di esprimere qualcosa che hanno nell’anima, nel cuore o anche solo nel cervello. E di “poesia” in futuro ci sarà sempre più bisogno.
El mio vecio cuor
di Riccardo Cepach, poesia d’amore
El mio vecio cuor
xe come un vecio can,
distirado su un tapedo,
che no lo sento e no lo vedo.
Una volta sì, el saltava,
a ogniduna che passava,
su e zo come una susta.
Amor come crochete in busta.
No'l ga pel cul de niente,
'desso: che cori pur i altri!
Ingrumado insieme el spava,
el mola pei e un fil de bava.
Ma l'altro giorno in piaza
el saltava come un levro,
co'l la ga riconossuda a ela,
col soriso in te la boca bela
El tirava come un mato,
el ghe voleva far le feste,
nasarla tuta longo fora,
lecarla tuta soto e sora.
E mi a zucarlo indrio,
un pocheto, co' le bele,
per farlo star sentà,
imborezado e sofigà.
Andar al bagno
di Alessandro Mizzi, un classico del Pupkin dedicato a Magris
Quest’estate son ndà a far un toc
Dopo cinque minuti che iero in acqua
El ziel xè diventà nero e se ga alzà una bora (non so se se pol dir) de cagarse
Iera tutto nero e sulla città iera l’arcobaleno
Iera brutto ma bel allo stesso tempo
In acqua no iera nissun, solo mi e Claudio Magris
Iera sai suggestivo, pareva proprio un documentario su Trieste
ma me xè ndà un casin de acqua nell’orecia
No vado più
Estremi rimedi
di Stefano Dongetti, poesia .... in prosa, tratta dalla raccolta Perizomi di gloria. La mia vita e le donne”
Mi ricordo ancora quando mi chiese: - Cosa fai sabato sera?-
Ed io: -In ordine alfabetico?-
-Va bene - disse lei.
-Semplice. Birre 4, gin-tonic 2, havana-cola 1-
-Per la tua età e per essere uno che beve così tanto ti mantieni bene- disse lei.
-Eh, ma ho un segreto- replicai - prima di andare a dormire schiaccio sempre un pisolino-
E risi: -Ah, ah, ah!-
-Mi piaci. Sei un tipo attivo - disse lei, inghirlandando tristi sillogismi dodecafonici- (e questa è una di quelle cose che ogni tanto scrivo ma che neanch’io riesco a capire bene cosa vogliono dire).
La nostra relazione durò due anni, poi fu lei un giorno a congedarmi. Forse era stufa. Ebbi già le prime timide avvisaglie un giorno che si lasciò scappare: -Se sto ancora un po’ con te mi appariranno le stimmate-.
Poi, un mattino, in cucina a colazione, le chiesi se era stufa.
Lei, guardando la confezione del latte, rispose: -No solo parzialmente stremata-.
E io risi: - Ah, ah, ah !-
Lei: -Cazzo ridi? -
Io: -Scusa-
Oltre ad avere il senso dell’umorismo era una donna raffinata, istruita. Liquidandomi al telefono, pensate, scelse questa frase: - La nostra relazione posta accanto alla parola felicità va a formare un ossìmoro-
Mi mancava tanto. In lei avevo trovato una ragione di vita e un buon motivo per comprami un dizionario.
Provai a star meglio con lo yoga, lo zazen, la dieta a punti, il traforo, il telefono amico, le telefonate agli amici che non ne volevano sapere, i giochi di ruolo, le settimane bianche, piero della francesca, il bellini, i fiori secchi, l’ikebana, l’ikea, le camicie di seta, la mountain bike, il body building, lo stretching, il rebirthing, il grounding, il jogging, il trekking, kipling, un viaggio a hong kong, il ping pong, i pediluvi, gli acquarelli e l’acquaplash, le mostre d’arte, il tango, lo squash, seneca, l’amanita muscaria, lao-tse, la baghavadgita, groddeck, freud, jung, derrida, messeguè, la culinaria, l’enologia, il buddhismo, il tabagismo, l’onanismo, il mesmerismo, la semiologia, un’amaca in giardino, due dita in gola, i mantra, il vernissage, l’hermitage, il bondage.
Alla fine realizzai,
che la felicità, in realtà,
risiede proprio in quei momenti in cui...
Proprio in quei momenti in cui.
Deserto. A Paolo Cervi Kervischer (domenica 17 luglio 2011)
Paolo Cervi Kervischer sceglie una poesia di Claudio Grisancich dedicata a lui
El conta come a l'ultima
mostra de quadri sarà stai
trezento (ma cossa digo mai:
più ancora, tanti de più!).
le man ch'el ga strento
tuti a voler parlarghe
a far vèder de esserghe,
ralegrarse.
po' come passava el tempo
quei ga comincià 'ndar via
un sfiadarse in zima ai dedi
de le man l'impegno là
butado de vèderse
doman un giorno
(mai).
solo restà come se quei
trezento (ma cossa digo: più!)
no' i fussi mai stai là.
in lu' sempre el deserto
Disattenzione
Antonella Sbuelz sceglie la poesia di Wislawa Szymborska
“Fra le tante poesie che amo una delle mie preferite è Disattenzione di Wislawa Szymborska perché è un promemoria potente per la nostra capacità di stupirci, di interrogare il mondo, di osservare le cose con curiosità viva. È una poesia che invita a non dare mai nulla per scontato, nella nostra quotidianità, nel nostro spazio, nel nostro tempo e nelle relazioni che fanno di noi ciò che siamo. È una poesia che ci chiede di immergerci pienamente dentro ogni momento della nostra vita”.
Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.
Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.
Su un tavolo più giovane da una mano d’un giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.
Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.
Ascoltate!
Enzo Martines sceglie Vladimir Majakovskij
“La scelgo non soltanto perché è una bella poesia che ho nel cuore, è stata la prima lirica che ho letto ad alta voce, in pubblico in un reading ma perché ha i tratti che ritengo fondamentali che mi fanno amare la poesia e la letteratura ovvero l'impegno civile”.
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d'essere in ritardo,
piange.
Gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa tortura senza stelle!
E poi cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
"Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Sì!?"
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?
Le bambine rimaste molto da sole
Valentina Gasparet sceglie la poesia di Antonio Riccardi, tratta da Aquarama e altre poesie d’amore
“Tra le tante, tantissime poesie che amo, che leggo e rileggo, che condivido quando posso, questo piccolo gioiello in versi di Antonio Riccardi (diventato negli anni per me una specie di mantra) ha un posto speciale nel mio cuore. Questa poesia, nella sua perfezione formale, possiede anche una speciale forza evocativa. Riesce ad aprire uno squarcio di luce, doloroso e dolce, su indimenticati momenti e su un inevitabile e profondissimo sentire”.
Le bambine rimaste molto da sole
da grandi sono donne irresistibili.
Così sono le sirene.
Si vedono la sera a certe latitudini
nuotare nell’acqua fluorescente
la pelle dolce, d’incanto e sotto di rame.
A volte, di giorno escono dall’acqua,
restano ferme all’ombra sotto i portici
e sentono rifiorire il rimpianto.
La realtà esige
Tullio Avoledo sceglie Wislava Szymborska.
“L’ho ascoltata recitare al funerale di un’amica e mi ha commosso. Perché esprime una verità al tempo stesso tremenda e salvifica: che la terra guarisce e il tempo livella tutto. Che le nostre vite sono solo polvere, agli occhi del tempo. E che il male non passa. Viene solo coperto dall’oblio. Un Premio Nobel ben assegnato quello alla Szymborska.”
La realtà esige
che si dica anche questo:
la vita continua.
Continua a Canne e a Bordino
e a Kosovo Polje e a Guernica.
C’è un distributore di benzina
nella piazzetta di Gerico,
ci sono panchine dipinte di fresco
sotto la Montagna Bianca.
Lettere vanno e vengono
tra Pearl Harbor e Hastings,
un furgone di mobili transita
sotto l’occhio del leone di Cheronea,
e ai frutteti in fiore intorno a Verdun
si avvicina solo il fronte atmosferico.
C’è tanto Tutto
che il Nulla è davvero ben celato.
Dagli yacht ormeggiati ad Azio
arriva la musica
e le coppie danzano sui ponti nel sole.
Talmente tanto accade di continuo
che deve accadere dappertutto.
Dove non è rimasta pietra su pietra,
c’è un carretto di gelati
assediato dai bambini.
Dov’era Hiroshima
c’è ancora Hiroshima
e si producono molte cose
d’uso quotidiano.
Questo orribile mondo non è privo di grazie,
non è senza mattini
per cui valga la pena svegliarsi.
Sui campi di Maciejowice
l’erba è verde
e sull’erba, come è normale sull’erba,
una rugiada trasparente.
Forse non ci sono campi se non di battaglia,
quelli ancora ricordati,
quelli già dimenticati,
boschi di betulle e boschi di cedri,
nevi e sabbie, paludi iridescenti
e forre di nera sconfitta,
dove per un bisogno impellente
ci si accuccia oggi dietro un cespuglio.
Qual è la morale? – forse nessuna.
Di certo c’è solo il sangue che scorre e si rapprende
e, come sempre, fiumi, nuvole.
Sui valichi tragici
il vento porta via i cappelli
e non c’è niente da fare –
lo spettacolo ci diverte.
Congedo del viaggiatore cerimonioso
Rita Maffei sceglie Giorgio Caproni
“Riesce a raccontare il momento dell’addio con lievità e serenità disarmanti”.
Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giú la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era cosí bello parlare
insieme, seduti di fronte:
cosí bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
piú sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su piú d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sí lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che piú forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
Cjasa da la me gent
Massimo Somaglino sceglie Novella Cantarutti
Mi dà perfettamente il senso della trasmissione della memoria fra generazioni, in una catena femminile che mi commuove profondamente.
La cjasa da la mê gent ‘a è tuna vila dispirduda e la mê gent ‘a è dissipada. Ma indulà che i mûrs a restin parcè che la cjasa ‘a fo tirada su cun lastri’ di cret, chei ch’a fòrin, a’ na tòrnin âtri a viergi chê puarti’. I cuarps indulà che jo ju ài cunussûs a’ si distrùdin tal glisiùt dal simiteri, ma drenti di me a’ son vifs e a’ si lèvin su, intant da li’ ori’ da la zornada, cul sun di una peravala o cun tun motu ch’a mi ven naturâl da fâ, come che lour a’ fasevin.
Li’ femini’ di cjasa mê grandi’ e sutili’. Vistidi da neri, cun chê ombri’ di stracùra intôr dai vôi, cu la vuardadura ferma di cui ch’a sa misurâ gent, robi’ e timp, a’ mi cjaminin dongja par duti’ li’ stradi’, come si ves da daj un cont esat dal gno vivi e dal gno pensâ.
Il disglagnâsi da li’ mê zornadi’, al finìs par jessi inmò di lour e da la cjasa, come ch’a nas di un’aga: ‘a pos cori lontan co’ mai pi, ma ‘a resta chê ch’à vuardât la lûs da sot il cret.
La muart da la mê gent; jo j’ la sint come passâ da la piera straca ta li’ mê veni’, e la man ‘a ceir, cul motu da li’ avi’, un fassalet ch’a nal è, par sbassâlu sui voi.
L’Infinito
Aida Talliente sceglie Giacomo Leopardi
“Per più ragioni: per la tensione verso un altrove che può essere raggiunto solo con l’immaginario, quando il corpo non può farlo. Per la bellezza di ogni parola. Perché mi fu mostrata per quello che è (sublime) durante il periodo di studi in Accademia da un caro e severo maestro. E’ attraverso i versi di quella poesia che ho imparato le sospensioni, i respiri, la partitura, il ritmo, la tridimensionalità delle parole. Mi è cara dunque poiché è parte affettiva di un periodo di vita”.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Semplicità
Paolo Patui sceglie Cesare Pavese
“La poesia che mi ha fatto più compagnia nel corso della mia esistenza è stata Semplicità di Cesare Pavese perché capace di definire la solitudine al di fuori degli schemi più scontati. Quell’uomo solo quando era rinchiuso in prigione e mordev un pezzo di pane poteva sentire il sapore che più gli piaceva e che meglio immaginava; una volta libero potrebbe veder avverarele sue speranze ma è allora che si accorge che la realtà è molto più lontana rispetto al sogno”.
L’uomo solo — che è stato in prigione — ritorna in prigione
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno
l’uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.
Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.
L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino:
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa piú di pane
né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.
L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare. Rivede
lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.
E compare la lepre e non hanno piú freddo.
Natale
Glauco Venier sceglie Giuseppe Ungaretti.
“Il perché si capisce leggendola!”.
Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
Last blues, to be read some day
Angelo Floramo sceglie Pavese
Ecco: Pavese incarna la figura dell'intellettuale ostinatamente contrario alla banalità del mondo. Tanto da togliersi di mezzo alla spiccia, per risparmiarsi lo schifo. La sua figura tragica e appassionata ha segnato la mia formazione nel profondo, graffiando dentro di me emozioni che evocano paesaggi ed emozioni. In particolare quella periferia statunitense capace di affascinare il poeta: fatta di randagismi, locali notturni equivoci, fumo pessimo e sorsate alcoliche da strizzabudella. Era il suo modo per immaginare un mondo diverso da quello asfissiante in cui viveva: l'Italia del ventennio fascista. Con questo Blues, l'ultimo, lo sento cantare alla Tom Waits, con voce arrochita dalla disperata malinconia per un amore perduto. C'è musica, nell'impasto delle parole, ma anche malinconia, struggente bellezza, vita. Insomma: Poesia.
’T was only a flirt
you sure did know —
some one was hurt
long time ago.
All is the same
time has gone by —
some day you came
some day you’ll die.
Some one has died
long time ago —
some one who tried
but didn’ t know.
Crescita/ La figlia che non piange
Gian Mario Villalta sceglie Vittorio Sereni
“Questa poesia di Vittorio Sereni è menzionata a volte con il titolo "Crescita", altre volte con "La figlia che non piange". È una poesia-lampo, che illumina tutta una poetica ( e che sento fortemente in sintonia) per la cripto-citazione da T.S.Eliot e per la presentazione dell'enigma degli affetti familiari, della loro incidenza e della loro comunicazione. Non è la mia preferita (credo di non avere una poesia preferita in assoluto) ma la sento vicina, tra le più risonanti, e inoltre mi è presente da decenni, non solo nella memoria ma come riferimento per un componimento mio”.
È cresciuta in silenzio come l'erba
come la luce avanti il mezzodì
la figlia che non piange
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