Sanità Fvg, il piano da 48 milioni per i camici bianchi: «Riconoscimento doveroso, ma non basta»

L’ok con riserva dei sindacati sugli incentivi della Regione. Nursind e Fials avvertono: «Per trattenere gli infermieri serve qualità della vita, non solo premi. Reclutamento dall'estero? Solo con test rigorosi di lingua e clinica. Bisogna rafforzare il sistema pubblico»

Marco Ballico

Sì agli incentivi, ma senza illudersi che la partita sia chiusa. Il nodo vero, sottolineano le categorie commentando la manovra della Regione per i lavoratori in corsia, rimane quello dell’organizzazione del lavoro e della capacità di rendere attrattiva la professione. Perché, alla fine, la vera sfida è costruire un servizio sanitario in cui valga la pena restare.

Il via libera ai 48,1 milioni per il personale viene accolto come un segnale necessario, quasi dovuto.

Con il segretario Luca Petruz, il Nursind parla chiaramente di «doveroso riconoscimento» per chi regge turni pesanti, notti, festivi e carichi di lavoro crescenti. Bene quindi le indennità, bene gli incentivi economici, ma con precise condizioni. Innanzitutto, «che arrivino davvero e subito nelle buste paga, e in modo equo».

Perché uno dei nervi scoperti resta la percezione, diffusa tra gli operatori, di disparità e lentezze nell’applicazione concreta delle misure. Quanto agli incentivi annunciati per gli studenti di infermieristica, legati all’impegno a lavorare per cinque anni nel Servizio sanitario regionale, di nuovo il Nursind avverte che «si dovrà trattare di lavoro da dipendente pubblico, non di collaborazioni libero-professionali o di impegno nel privato accreditato».

In sostanza, se la Regione investe lo faccia per rafforzare il pubblico, non per alimentare un sistema parallelo.

Ancora più delicato il tema del reclutamento dall’estero. Anche qui il giudizio è pragmatico: sì agli infermieri argentini o di altri Paesi, perché la carenza è strutturale e non più tamponabile solo con risorse interne, «ma con valutazione rigorosa delle competenze cliniche e della conoscenza della lingua italiana, per garantire sicurezza e qualità dell’assistenza».

Non è una questione corporativa, insistono i sindacati, ma di sicurezza delle cure. «Del resto – osserva Petruz –, nel Servizio sanitario regionale abbiamo già numerosi colleghi stranieri ben inseriti e stimati, a dimostrazione che una selezione seria funziona».

A intervenire è anche la Fials con il segretario regionale Fabio Pototschnig, che insiste sulla qualità del lavoro. «Nell'accordo che abbiamo sottoscritto con la Regione sono state colte molte delle nostre richieste – ricostruisce il segretario –, ma serve insistere sull’organizzazione e sulla valorizzazione del personale, perché i carichi di lavoro continuano a essere insostenibili e non consentono agli operatori una buona conciliazione fra lavoro e vita privata». In sintesi, «per trattenere nelle Aziende i professionisti della salute non è sufficiente incentivarli economicamente, ma è necessario farli lavorare bene, altrimenti il solo impegno economico non basterà». Gli innesti argentini? «Fondamentale accertare le loro reali capacità, competenze e conoscenza della lingua».

Orietta Olivo, che ha promosso l’accordo, così come la Uil di Stefano Bressan (le due sigle non hanno potuto partecipare alla trattativa in quanto non firmatarie del Ccnl), è sulla stessa linea, ma con toni più critici: «Bene i nuovi infermieri, anche dall’estero, purché formati e con piena padronanza della lingua: devono servire per far lavorare meglio chi c’è e garantire qualità ai cittadini. Ma questo in realtà smentisce la narrazione di un Ssr pieno: i professionisti se ne vanno proprio per le condizioni insostenibili. Infine, gli incentivi ai giovani arrivano tardi: erano già stati proposti anni fa. Senza visione, il rischio è indebolire il sistema pubblico. Non vorremmo che fosse un’idea di chi ci governa».

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