Legovich: «La Pallacanestro Trieste non merita di essere tradita»
Il coach triestino è a Varsavia: «Altro mondo ma stimolante. Taccetti è preparato»

Ha intrapreso, nel maggio del 2025, una nuova avventura ambiziosa al timone dello Dziki Varsavia. Dopo le tappe formative nella sua città e a Varese, Marco Legovich ha scelto la Polonia dove sta vivendo una stagione da protagonista: a sole sette giornate dalla fine della regular season, il suo Dziki è in piena corsa per i play-off, risultato che conferma la sua capacità di imporsi in un campionato duro come quello polacco.
In questa intervista, Legovich ci racconta il suo viaggio tra adattamento culturale, tattica internazionale e quel legame mai spezzato con la sua Trieste, tra l'elogio al lavoro di Francesco Taccetti e le preoccupazioni per le ultime voci societarie.
Legovich, è passato dall'essere un enfant prodige a Trieste e l'esperienza a Varese a un ruolo da capo allenatore in una capitale europea.
Qual è la sfida culturale e tecnica più grande che ha trovato nel basket polacco?
«La sfida più grande è la capacità di adattarsi a una cultura e a un ambiente profondamente diversi. Si tratta di una lega emergente in cui bisogna lavorare non solo sugli aspetti tecnici, ma anche su quelli logistici e organizzativi: incastrare gli orari delle palestre, fare i conti con una lingua nuova e relazionarsi con persone molto educate, ma decisamente meno passionali rispetto alla nostra cultura latina. Anche il meteo è stato una prova, dato che per cinque mesi non abbiamo praticamente visto il sole. Tutto questo ha richiesto spirito di adattamento e la capacità di fare tesoro di ciò che sto imparando».
Spesso si dice che gli allenatori italiani siano i migliori tattici. Cosa sta esportando del nostro basket a Varsavia e cosa, invece, sta imparando dalla fisicità e dal dinamismo del campionato polacco?
«L'obiettivo è portare un paio di concetti chiave: è fondamentale provare a proporre un basket dinamico in un campionato che, piano piano, si sta velocizzando. Utilizziamo più varianti difensive, con zone, cambi e gestione dei pick & roll, ma la vera sfida è riuscire ad adeguarsi costantemente. L'aspetto interessante è che ci sono nove allenatori stranieri su sedici: affrontando ogni settimana culture cestistiche diverse, finlandese, israeliana, estone o serba, si impara moltissimo».
Da triestino e da addetto ai lavori, come valuta l'impatto di Francesco Taccetti da quando ha preso in mano la Pallacanestro Trieste?
«Taccio è un ottimo allenatore e una bravissima persona, ha saputo sfruttare al meglio la conoscenza dell'ambiente e dei giocatori per ottenere il massimo dalla squadra. A parte l’esordio a Reggio Emilia, dove i troppi infortuni hanno condizionato la prestazione, ha subito ingranato la marcia giusta. Non batti squadre come Trento e Tenerife, e non rimonti 20 punti alla Reyer, se non hai carattere e valori tecnici. Credo che Trieste abbia trovato la persona giusta per valorizzare a pieno le potenzialità del gruppo».
Del possibile addio di Matiasic, con l'ipotesi di un trasferimento del progetto sportivo a Roma, che idea si è fatto?
«È difficile farmi un’idea precisa da Varsavia. A Trieste sono in contatto con Lodovico Deangeli, ma non abbiamo parlato di questo. Spero ovviamente che la situazione si risolva positivamente perché, dopo tante amarezze, i tifosi non meriterebbero l'ennesima delusione. La gente ha scelto di far parte di questo progetto con entusiasmo: sarebbe davvero doloroso se si sentissero traditi ancora una volta».
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