Sono affari ma non può mancare il rispetto
I cinquemila abbonati della Pallacanestro Trieste e l’intera città meritano sincerità e trasparenza

A Trieste i drammi di matrice sportiva non sono certo una novità. Ne abbiamo vissuti fin troppi: alcuni finiti malissimo, altri approdati a salvataggi in extremis. Sia nel calcio, sia nel basket, gli ultimi quarant’anni hanno “regalato” ai tifosi alabardati e biancorossi emozioni societarie altalenanti di cui avrebbero fatto volentieri a meno: famigerati scippi di intere squadre, una sconcertante serie di fallimenti di cui si è ormai perso il conto, traguardi faticosamente raggiunti e poi svaniti come nebbia al sole.
Sorprende fino a un certo punto, dunque, che un imprenditore americano insediatosi tempo fa sulla sponda nordorientale dell’Adriatico possa ora voler cambiare piazza, ipotizzando di lasciare una città dove alla grande passione del pubblico per la palla a spicchi non corrisponde un altrettanto solido sostegno economico all’impresa sportiva da parte del tessuto imprenditoriale locale. Tanto più se la fuga, fatto che sembra ormai appurato, avesse come meta la capitale, dove i numeri sono molto più grandi e le possibilità di relazione smisuratamente più ampie.
Business is business, lo sappiamo e lo capiamo: questa proprietà era sbarcata a Trieste non certo per un particolare legame con il territorio, con i suoi valori, con la sua tradizione. Bensì perché chi ci ha messo i soldi aveva intravisto la possibilità di far fruttare il suo cospicuo investimento. Non ci è riuscito appieno. Di conseguenza adesso valuta migliori opportunità di mercato e di visibilità. Amen.
Ciò che però i cinquemila abbonati della Pallacanestro Trieste e l’intera città non meritano proprio, è questo trattamento. Che viene percepito come altezzoso e distaccato: «Noi facciamo ciò che ci pare e ci conviene - è il messaggio non detto e non scritto, eppure ben più che subliminale -. Alla fine, vi faremo sapere».
Ecco: si tratta di qualcosa di molto diverso dal mero depauperamento agonistico e dalla malinconica prospettiva di non veder più per chissà quanto tempo il grande basket sul parquet del PalaRubini. Stiamo parlando, invece, di mancanza di rispetto.
Alla fine, gli americani se ne andranno? Rimarranno? In entrambi i casi, per loro è il momento di sfoderare sincerità e trasparenza: solo così potranno conservare l’ultimo barlume di credibilità, altrimenti irreparabilmente compromessa.
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