Crisi sportiva a Trieste tra silenzi e fughe: la Triestina e il basket perdono pezzi e credibilità

Mentre i biancorossi della palla a spicchi aprono l'iter di iscrizione in A1 ma dicono addio ai loro gioielli con lo slogan "part of it", l'Unione calcio affronta l'incognita degli stipendi e i nodi legati alle concessioni dello stadio Rocco e del PalaRubini. I tifosi tra diffidenza e speranza: c'è da fidarsi dei nuovi acquirenti?

Giovanni Marzini

Se non di ore, è certamente questione di giorni. Ci avviciniamo alla fine di un percorso capace di regalarci solo imbarazzati silenzi, mezze promesse, qualche illusione, poche certezze. Questi primi sei mesi dell’anno li rileggeremo un giorno nel libro nero della storia dello sport di vertice triestino. Al momento continuiamo a ignorare il contenuto degli ultimi capitoli e ci aggrappiamo ancora alla speranza di un epilogo, se non lieto, almeno sopportabile.

E un po' tutti ci chiediamo: possiamo fidarci? Di chi dice che “andrà tutto bene”, che “non può finire tutto qui”, che è “tutto okay!”. Uno slogan pubblicitario di tanti anni fa diceva che la FIDUCIA (Parola della Settimana) è una cosa seria. E si dà alle cose (e alle persone) serie.

Meritano fiducia queste persone, che chiedono tempo e predicano ottimismo? Lo speriamo, ma non fugano i dubbi che ci accompagnano da settimane, tra annunci e mezze smentite, tra sorrisi e silenzi, tra detto e non detto. Perché è questa l’atmosfera che si respira nei corridoi di casa Triestina e Pallacanestro Trieste.

Dobbiamo fidarci del volto rassicurante di chi è stato chiamato a gestire l’auspicata svolta in casa Unione, sperando che al suo fianco operi poi l’ultimo serio direttore sportivo che ha albergato dalle parti del Rocco? Già, lo stadio. Altro doloroso capitolo.

E tra i canestri, dovremo credere che l’avvio dell’iter per l’iscrizione alla prossima serie A/1 sia stato un primo passo concreto, quando invece leggiamo di nomi e organigrammi già fatti per quella Roma 2 che pare avere addosso già il biancorosso piuttosto che il giallorosso?

E se veramente la proprietà americana ha pronti armi e bagagli, possiamo fidarci delle ventilate new entry che si propongono al capezzale di una società tutta da rifondare: senza lo straccio di un nome, della

consistenza di un capitale economico, trincerandosi dietro un consulente dileguatosi dal club per le ragioni che tutti conosciamo non troppi anni fa?

Cosa nascondono veramente quel “part of it”, quel senso di famiglia e quelle dolci parole che hanno accompagnato l’addio a uno dei giocatori più amati tra i canestri di Trieste, che pareva essersi innamorato di questa città, ma che ha poi dovuto scegliere il ritorno verso lidi più ospitali?

Difficile concedere fiducia quando sei assillato da troppi dubbi e fondate incertezze. Ti aggrappi allora solo alla credibilità delle istituzioni, che continuano a lavorare per il bene della città. Unici attori a mettere sul piatto certezze economiche pubbliche (quindi nostre), seduti ad un tavolo di trattativa al momento ancora orfano proprio di attori triestini. Li cerchiamo possibilmente seri, perché la fiducia si può concedere solo a loro.

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