Ricorso al Tar sul Porto Vecchio di Trieste: gli ambientalisti lanciano la raccolta fondi
Wwf e Legambiente, con il sostegno del comitato Porto Chiaro, hanno illustrato pubblicamente l’iniziativa. Cornetto portafortuna in risposta alla polemica con il sindaco Dipiazza

Alla fine, nonostante le maledizioni del sindaco, erano vivi e vegeti – e più determinati di prima – i referenti del Comitato Porto Chiaro quando ieri mattina si sono riuniti in largo Santos, dinanzi al varco monumentale di quel Porto Vecchio che il gruppo di cittadini, professionisti, movimenti e nomi vicini al centrosinistra intende ora difendere da un progetto inficiato da un «frazionamento arbitrario e illegittimo», da «omesse analisi ambientali» e dalla totale «mancanza di trasparenza e coinvolgimento dei cittadini», nonostante le ricadute che una tale operazione potrebbe avere sullo sviluppo della città per i prossimi decenni.
Coinvolgimento che il Comitato ha così deciso di prendersi da solo, passando dalle parole ai fatti e lanciando una raccolta fondi per sostenere il ricorso delle associazioni nazionali Legambiente e Wwf al Tar del Friuli Venezia Giulia contro l’iter ambientale del project financing di Costim con Elmet e Impresa Percassi per la riconversione dell’ex scalo. Al centro dell’azione l’itera procedura di gara – che si chiede di sospendere – e, in particolare, il decreto 36.541 del 6 luglio 2026 (e successivo atto di modifica 46.183 del 28 agosto) con cui la Direzione ambiente della Regione chiudeva lo “screening Via” con esito positivo.
Un passaggio tecnico ma dirimente, indispensabile per sbloccare la lunga Conferenza dei servizi e procedere verso la pubblicazione del bando europeo: consisteva nel verificare, preventivamente, se il progetto della real estate bergamasca possa recare significativi danni all’ambiente, rendendo in tal caso necessaria la più articolata e puntuale procedura di “Via” (Valutazione di impatto ambientale), prassi complessa che avrebbe in tal caso richiesto diversi mesi ma che almeno avrebbe garantito analisi più approfondite e una fase di consultazione pubblica, sinora «accuratamente evitata».
Eventualità che la Regione ha tuttavia escluso con quel primo atto del 6 luglio, al termine di un percorso che le associazioni ambientaliste reputano però viziato anzitutto da una «arbitraria e illegittima suddivisione in parti». Il punto più solido del ricorso è proprio la scelta «strumentale» del Comune di sottoporre a “screening” solo la parte di opere pubbliche del project (le aree demaniali da prendere in concessione), rinviando le analisi ambientali sugli interventi privati (la ristrutturazione dei magazzini) a fasi successive, così trascurando totalmente l’effetto cumulativo dei diversi cantieri che sia sovrapporrebbero in Porto Vecchio.
Ciò, peraltro, nonostante sia Costim che la giunta abbiano più volte promosso il progetto “Chorus Life Trieste” come «unico e unitario», e nonostante proprio il Comune (solo un mese dopo il primo decreto regionale) si sia «contraddetto da solo», chiedendo alla Regione di modificare l’atto perché si ammettesse la possibilità di avviare parallelamente opere pubbliche e private – come poi concesso con decreto di rettifica del 28 agosto – peraltro senza fornire alcuna integrazione, bensì limitandosi a rinviare il tutto a “relazioni” da presentare in corso d’opera. Una prassi «già condannata dalla giurisprudenza amministrativa italiana ed europea», e qui adottata unicamente per «evitare a tutti i costi la “Via”» e tentare di bandire la gara velocemente, prima delle elezioni.
Ma non solo, più in generale l’itera procedura sarebbe affetta da una cronica «carenza di dati scientifici», «omettendo di analisi puntuali» riguardo le bonifiche, lo stato idrogeologico o la vulnerabilità del sito dell’antico scalo. «Insufficienti» lo studio dell’inquinamento atmosferico sul traffico indotto, e «insufficienti» pure le analisi dei potenziali impatti sull’Area Marina Protetta di Miramare, immotivatamente esclusa dallo “screening” al pari della Soprintendenza. Aspetti già sollevati da Porto Chiaro e associazioni tramite dettagliate osservazioni ma puntualmente respinti dalla Commissione tecnica regionale con l’esclusione dell’assoggettabilità a “Via”, con il risultato che ora «si procederebbe con il bando senza aver chiarito le numerose criticità e incognite emerse»: «Il rischio è non solo di scoraggiare altri concorrenti, ma anche di esporre a rischi procedurali, ritardi in corso d’opera ed extra-costi i proponenti stessi».
Legambiente e Wwf allora reagiscono, chiedendo al Tar di sospendere la procedura di gara, annullare i due atti regionali e riavvolgere il nastro perché si effettui una “Via” ordinaria, procedura peraltro da attribuirsi non più alla Regione bensì al ministero dell’Ambiente, ritenuto «autorità competente per legge per interventi su specchi marittimi superiori a 61.400 metri quadrati», come l’ex scalo. Un’inversione di rotta, qualora il ricorso dovesse essere accolto, che implicherebbe di fermare la Conferenza dei servizi potenzialmente per mesi, con inevitabili ritardi sulla timeline di Comune e Costim, ma che quanto meno consentirebbe di «scongiurare un procedimento frammentato e il rischio di successivi contenziosi, varianti d’opera e aggravi economici e temporali che ricadrebbero interamente sulla comunità, penalizzando lo sviluppo della città per i prossimi decenni».
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