Calcio, Totò De Falco dice no alla Triestina
L’ex giocatore e dirigente alabardato: «Li ho incontrati 20 giorni fa, non volevano competenze ma il mio nome. Non ci sono le condizioni per venire all’Unione»

Totò De Falco dice no alla Triestina e a un rapporto con l’attuale proprietà alabardata. Per l’ex giocatore e dirigente alabardato, nonché bandiera storica dell’Unione, non ci sono le condizioni per concretizzare una collaborazione con l’attuale gestione societaria. Una collaborazione sulla quale a metà dicembre, quando venne al Rocco e si incontrò con gli americani, era molto fiducioso.
De Falco, ha incontrato ancora la proprietà dopo quella visita di metà dicembre?
«Sì, poco più di una ventina di giorni fa, a fine febbraio. Da allora non li ho più sentiti».
E le conclusioni dell’incontro quali sono state?
«Che non ci sono le basi per lavorare assieme. Mi dispiace per Trieste e per me, perché stavolta ero deciso e convinto di tornare alla Triestina: mi sarebbe piaciuto ma non me la sento e non posso illudere la città».
Perché non ci sono le condizioni?
«Perché loro vogliono solo il mio nome, ma non le mie competenze. Ci tenevo perché si ripartiva da un progetto sui giovani a cui tengo moltissimo, ma ci doveva essere anche un progetto di prima squadra sul quale potevo incidere. Sia chiaro che non volevo fare il ds, ma non poter metter bocca sulla parte sportiva a me non va bene. Trieste da me si aspetterebbe questo, altrimenti che verrei a fare?».
Perché secondo lei hanno avuto questo atteggiamento?
«Io ho fatto presenti le mie numerose competenze frutto di tante esperienze in carriera, ma loro non hanno capito. Non posso metterci la faccia e il mio nome solo per fare la figurina, non me la sono sentita. Mi dispiace per loro che non hanno capito l’impronta che potevo dare con il mio lavoro».
Crede che abbiano già altre idee sulla parte sportiva?
«Penso di sì. E credo abbiano già deciso, immagino con dei loro uomini. Alla mia età non vengo a Trieste senza poter mettere a disposizione le mie esperienze e le mie competenze. E ripeto che mi dispiace molto perché dopo la prima chiacchierata ero convinto e solo per Trieste mi sarei mosso».
Cosa la preoccupa di più per la Triestina?
«Che non vedo progetti per la prima squadra, non mi sembra cioè di aver capito che la mettono al primo posto, questa è la maggior preoccupazione. Sono il primo a dire che l’Academy e i giovani sono importantissimi, ma sono risultati che potrai avere fra 4-5 anni. Nel frattempo cosa dici a Trieste? Va bene mettere a posto i conti, l’Academy e tutto quanto, ma mi sa che non capiscono come viviamo noi il calcio in Italia. Magari fra qualche tempo sarà tutt’altro e lo capiranno, questo non lo so, io me lo auguro».
Cosa non capiscono?
«Che prima del business e di tutto il resto in Italia viene la parte sportiva, e la parte sportiva è la prima squadra. Perché c’è gente che ci soffre e non ci dorme. Sono proprio due culture diverse, parlare con le proprietà straniere non è semplice. E poi ogni città ha le sue prerogative, ad esempio il Sabadell non è la Triestina».
E cosa bisognerebbe fare per la Triestina?
«Deve tornare subito nelle categorie che tutti si aspettano: poi vincere è sempre difficile, ma devi lavorare per quello. Se non fai una squadra che almeno sulla carta possa vincere, puoi avere qualche difficoltà a gestire tutto il resto».
Cosa si augura?
«Per la Triestina mi auguro che gli uomini della proprietà si rendano conto che il calcio in Italia è un’altra cosa. Magari è ancora presto e lo faranno, ma intanto credo che con me abbiano perso una grande occasione, non hanno capito con chi avevano a che fare».
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