Triestina calcio, il commiato di mister Marino
Il tecnico se ne va: «Lascio con qualche rammarico ma questa squadra ha fatto tanto in condizioni molto difficili. Tutto l’ambiente ci è stato vicino»

Un gruppo che avrebbe potuto mollare a gennaio, non l'ha fatto e si sarebbe giocato la salvezza ai playout, pur con tutte le difficoltà. Parole di Giuseppe Marino, il tecnico giunto con i suoi ragazzi al capolinea del campionato e dal punto di vista personale a congedo di un triennio, vissuto sulle montagne russe (o americane) a Trieste.
Parole che racchiudono l’essenza del lavoro svolto, una squadra cui i tifosi han voluto dire grazie nonostante l'1-6 che ha sfiorato la storia in negativo, vicino allo 0-6 del '54 contro il Milan. Non sarebbe stato giusto e su questo ha voluto soffermarsi Marino.
«Devo ringraziare l'ambiente, non è stato un anno facile ma abbiamo avuto il supporto della gente. Quest'ultima partita non deve cancellare quanto di buono fatto. Non voglio che la gente ci condanni per non aver onorato la maglia».
Sui temi della gara poco da dire, Vicenza vorace (anche troppo perché esistono quelle regole non scritte che fanno la differenza tra eleganza e comodità), Triestina in vacanza infarcita di indisponibili, epilogo sintesi delle difficoltà.
«Non siamo scesi in campo per chiudere così ma affrontavamo una squadra che ha vinto il campionato mesi prima. L'abbiamo presa sotto ritmo e l'episodio del rosso ha cambiato la gara, l'abbiamo interpretata in modo sbagliato».
Sull’espulsione Marino a parti invertite non avrebbe richiamato l'FVS, ma tant’è. Ha citato Mandela il tecnico, lo ha fatto nello spogliatoio secondo tradizione. «Non voglio essere ricordato per le mie vittorie ma per tutte le volte che sono caduto e mi sono rialzato». A Trieste la gente lo sa bene. Quante volte è inciampata e si è rialzata.
L’ultima volta, lo ha fatto sull’immagine di un piroscafo che proprio nel 1954 vedeva partire un fanciullo di nome Mario Biasin e 62 anni dopo lo vedeva tornare dall’Australia con i nipoti Mauro e Romina Milanese al capezzale dell’Unione. Intanto, nel commiato sui 3 anni, Marino riavvolge il nastro dal primo anno in Primavera alla prima panchina in prima squadra a Trento, poi all’anno in corso, in due fasi.
«Per me è stato un percorso di crescita, non sono arrivato in prima squadra in situazioni di tranquillità. Quest'anno non ne parliamo, ogni subentro in momenti di grande difficoltà, ma considero Trieste la mia madre calcistica e la porterò sempre nel cuore. Vedere i tifosi a fine stagione applaudirci è stato un segno di riconoscenza e sarò sempre grato alla gente di Trieste, a chi ci ha supportato. Auguro il meglio alla città, alla squadra, al club, non merita la D. Chiunque sarà qui dovrà sentirsi responsabile e metterci il cuore».
La squadra di Marino sul campo ha fatto il suo. C’è stato spazio per i giovani, e questo è un bene. Perché quando il presente è avaro, l’unico desiderio è quello di un futuro diverso.
«Ci ho provato fino alla fine, non ci sono riuscito e sarà il mio più grande rammarico, ma se guardo i punti non ho nulla da imputare a me stesso e ai ragazzi che hanno dato tutto quello che avevano».
A Marino, e a tante figure non illuminate dai riflettori, un plauso, ed un grazie ricambiato. Ad altri, l’oblio.
Riproduzione riservata © Il Piccolo









