Triestina in Serie D, il sogno di Gautieri: «Un lavoro non finito. Se mi chiamano, io ci sono»

L'ex tecnico alabardato commenta il drammatico declassamento dell'Unione: «Fa un effetto strano vedere questa piazza nei dilettanti. Negli ultimi anni spesi troppi soldi e male, ma con l'inserimento di D'Aniello si può resettare e ripartire con umiltà»

Il tecnico Carmine Gautieri
Il tecnico Carmine Gautieri

Nella mente di Carmine Gautieri la Triestina è rimasta come un lavoro non finito. Il tecnico napoletano è stato sulla panchina alabardata con buoni risultati nei tempi difficili del covid: il primo anno venne eliminato immeritatamente ai playoff dal Potenza, il secondo fu esonerato quando era quinto a 5 punti dalla vetta (e dopo le cose andarono peggio).

Ecco perché il sogno di tornare a Trieste continua a frullargli in testa.

Gautieri, che effetto le fa vedere la Triestina in D?

«Vedendo di che piazza, di che città, di che tifoseria e di che stadio stiamo parlando, è normale che fa un effetto davvero strano. Mai e poi mai andavi a immaginare una cosa del genere, soprattutto ripensando a quella finale col Pisa e al Rocco strapieno. Dispiace davvero tanto».

Lei ha vissuto un periodo d’oro a livello societario con Biasin: poi sono arrivati i guai.

«La differenza di chi è venuto dopo è che non c’è stata una gestione oculata. In questi anni si sono spesi comunque tantissimi soldi, ma si sono spesi davvero male. E quando li spendi male è logico che i risultati non li ottieni».

E questo perché è successo?

«Perché secondo me l’aspetto fondamentale è mettere nei posti chiave persone professionali e competenti: devono esserci figure di questo tipo all’interno di una società per una crescita sana. E questo non è avvenuto».

Dopo le ultime vicende cosa pensa accadrà alla Triestina?

«Penso che gli attuali investitori vogliano resettare tutto e ripartire da zero con un bagno d’umiltà, anche perché come visto non è detto che spendere tanti soldi significa vincere. Ma io credo che con l’inserimento di D’Aniello e la nuova gestione la Triestina possa ripartire, ma ci vuole il tempo necessario perché accada. Le cose importanti sono serietà e programmazione: Trieste merita tanto, quindi serve una società adeguata alle aspettative della piazza».

Secondo Lei cosa serve per fare bene in D?

«Ci vuole gente di qualità, abituata a fare la categoria, ma poi è fondamentale non sbagliare i giovani, perché loro per regolamento devono giocare. In questo momento di stallo come quello della Triestina, qualche giovane rischi di perderlo e probabilmente andrà altrove, ma soprattutto serve gente che abbia fame, un mix di esperti della categoria e giovani di prospettiva».

E che tipo di allenatore è più adatto? Uno che conosce bene la D o uno abituato a categorie superiori?

«Serve un allenatore nel quale la società creda fortemente. Il calcio è sempre uguale, un club non deve scegliere in base al fatto che uno abbia fatto tanta D oppure C, ma deve individuare qualcuno in cui crede e che per caratteristiche faccia al caso giusto, indipendentemente dalle serie dove ha allenato. Se uno sa allenare, lo sa fare in tutte le parti. Mandorlini è stato in A ma fa la C a Ravenna, Cosmi ha fatto la A e addirittura la Champions, ma ora è alla Salernitana in C».

Lei ora non sta allenando: se le arrivasse una telefonata da Trieste?

«Trieste non si rifiuta, il mio pensiero lo sapete. A Trieste sono stato bene e sono ancora molto legato, dovesse arrivare una chiamata la prenderei seriamente in considerazione e farei le mie valutazioni. Da Trieste sono stato mandato via ingiustamente quando ero a 5 punti dalla prima, mi piacerebbe continuare il lavoro e magari stavolta finirlo».

Una piazza come Trieste come vivrà la serie D?

«Stiamo parlando di una piazza molto intelligente: la D non è la serie che merita l’Unione, ma sono convinto che i tifosi aiuteranno sicuramente la squadra a ripartire, indipendentemente dalla categoria».

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