Berrettini e la carica dei giovani «I big? Ora stiamo arrivando noi»

l’intervista
Stefano Semeraro
Il 2019 è stato l’anno della rinascita del tennis italiano maschile e molto del merito è di Matteo Berrettini che in 12 mesi, insieme con Fabio Fognini e Jannik Sinner, ne ha riscritto numeri e destino. Numero 8 del mondo a 23 anni, l’erede ormai conclamato di Panatta ha già vinto 3 tornei Atp (2 quest’anno) arrivando in semifinale agli Us Open e qualificandosi per le Atp Finals, come in 50 anni era riuscito solo all’Adriano nazionale e a Corrado Barazzutti.
Matteo, se ripensa alla stagione appena finita quale emozione sceglie?
«Difficile, ma dico la vittoria con Gael Monfils che mi è valsa la semifinale a New York. Per come è maturata, per come è finita e per l’importanza del palcoscenico».
È quasi tempo di ricominciare: fra dieci giorni si riparte per l’Australia…
«Purtroppo di tempo per ricaricarsi ce n’è stato poco, ma nel tennis funziona così. Rispetto a un anno fa la classifica è cambiata, dovrò fare attenzione alla programmazione, giocare meno tornei e puntare ai più importanti».
Uno in particolare?
«Per me Roma è speciale e i 4 Slam molto importanti».
Quando Rod Laver chiuse il primo Grande Slam il suo coach gli scrisse: “Bravo. Adesso rifallo”. Sente l’ansia della conferma?
«No, anzi mi fa molto piacere essere di ispirazione per chi mi guarda. Trasmettere l’idea che non bisogna mai mollare».
In un anno quanto si può cambiare?
«Sono più maturo, ho imparato a gestirmi meglio, spreco meno energie in cose che non contano. Nello sport bisogna essere lucidi: infortuni e momenti brutti vanno accettati».
La cosa più difficile per chi punta in alto?
«Il confronto con se stessi. Avere ambizione ma conoscere i propri limiti. Capire che la perfezione non esiste, che siamo esseri umani e non robot: facile a dirsi, in realtà è terribilmente complicato. Ma ti fa fare il salto di qualità».
Il Berrettini tennista dove può ancora migliorare?
«In tutto. Sto lavorando molto sui colpi di inizio gioco, servizio e risposta. E sul rovescio».
Il Berrettini fuori dal campo che tipo è?
«Uno che sa imparare da tutto, in negativo e in positivo. Ma che spesso è troppo pignolo, testardo, duro con se stesso. Devo imparare a lasciarmi andare di più».
Le sardine, Greta e la questione ambientale: che pensa dei giovani come lei che scendono in piazza?
«È importante che le nuove generazioni si mobilitino: per iniziare a contare, a cambiare le cose. Non mi esprimo su cosa è giusto o sbagliato, non ne sarei in grado. Ma bisogna lottare per i propri ideali».
Si è segnato qualche buon proposito per il 2020?
«Vorrei visitare meglio le città dove gioco. Tutti mi dicono che sono fortunato perché viaggio molto, ma se fai il tennista finisci per vedere solo i campi e l’albergo».
In vacanza dove è stato?
«Negli Stati Uniti, perché la mia fidanzata (la tennista australiana Ayla Tomlianovic, ndr) era lì. La California, le Keys. Mi è piaciuta molto Los Angeles, bello avere mare e montagne a portata di mano».
Il 2020 sarà l’anno dei giovani o Federer, Nadal e Djokovic domineranno ancora?
«Un cambiamento ci sarà. Ma quei tre hanno ancora qualcosa in più».
Per quale match pagherebbe il biglietto?
«Thiem-Tsitsipas, sulla terra».
La rivalità con Sinner la diverte o le sembra esagerata?
«No, l’attenzione è giustificata. Jannik è precocissimo, alla sua età io non avevo neanche un punto Atp mentre lui è già numero 78 del mondo. E diventerà molto più forte. Basta parlarci per capire quanto è forte di testa. Ma diamo merito anche a chi sta ancora davanti a lui, come Fabio Fognini o Lorenzo Sonego. Jannik i giornali li riempirà per tanti anni in futuro».
Lei legge molto e ama il cinema: consigli per le feste?
«Amo il basket e sto leggendo il libro di Gigi Datome. Negli Usa ho visto Joker: un capolavoro».
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