Cergol-Mbock-Pontrelli una storia tragicomica di una città senza attori

TRIESTE. «Solo in serie B in Italia si può fare calcio». Questo diceva Fantinel nel maggio del 2011 dopo la retrocessione dalla B. Con la B si può anche prendere qualcosa da mettere in tasca, si può dire a posteriori. Da quel mese di maggio è cominciata la debàcle dell’Unione. La società in default (con milioni di debiti accertati dal Tribunale) viene gettata nelle mani di Aletti. Poi l’inevitabile fallimento. Il curatore fallimentare Giovanni Turazza si destreggia al meglio nell’esercizio provvisiorio ma la squadra (con Galderisi che alla vigilia dei match portava i ragazzi al cinema e a pranzo in osteria a sue spese) retrocede nell’allora C2. Ma sarebbe la sciagura minore.
Parte la procedura competitiva. Il 28 maggio 2012, davanti al giudice Sansone, il prezzo è fissato a 400 mila euro oltre ai 600 mila euro di debiti con i tesserati sotto contratto. Udienza deserta. Il 27 giugno, dopo la vendita alla Fiorentina di Ashong da parte della curatela, il prezzo scende a 75 mila euro più i soliti debiti con i tesserati. Non si presenta nessuno e la Triestina (già fallita nel ’94 e fatta ripartire da Giorgio Del Sabato) sparisce. Ma i notabili triestini dov’erano? Avevano tentato di riunirsi in “Trieste per l’Unione” sotto la spinta dell’allora vicepresidente di Assindustria e tifoso Vittorio Pedicchio.
Risultati? Nessuno. Però quando ad agosto la situazione è da ultima spiaggia, dopo alcuni tentativi volonterosi da parte dell’assessore allo sport Emiliano Edera (ora consigliere regionale e presidente Fidal) di agganciare qualche imprenditore in Veneto, i triestini escono allo scoperto. E sono in molti. Da una parte il gruppo Zotti-Puglia-Cergol vicini all’assessore, dall’altra il gruppo Genna-Lippi-Schiraldi (con il solito “fantasma” di Piero Irneri). Entrambi vanno in Federazione per ottenere la nuova affiliazione. Tra tanta abbondanza la spuntano i primi (con il sindaco a fare da arbitro). Nasce l’Unione Triestina 2012 che riparte dall’Eccellenza con l’obiettivo di fare un passo per volta.
«Mai più bisogna arrivare alla situazione del passato. Meglio poveri ma puliti» era il monito lanciato dai protagonisti nella sala della Giunta nel giorno della presentazione. I nuovi proprietari sanno poco di calcio e i denari non sono molti ma sono volonterosi. I tifosi, che nel frattempo stanno perfezionando l’acquisto del marchio dalla curatela, sono entusiasti. Oltre 1.500 abbonati, oltre tremila allo stadio per il derby con il San Luigi, altrettanti per quello con l’Ufm in un Rocco concesso gratuitamente dal Comune. Oltre quattromila nella finale play-off con la Pro Dronero. Finale persa ed entusiasmo che si affievolisce. I conti già scricchiolano e Zotti lascia (rinunciando ai denari devoluti), Cergol diventa il proprietario di una società ripescata in D.
Arriva anche Godeas e ridà vitalità ai tifosi, ma il budget complessivo dei giocatori è troppo alto. Tra dicembre 2013 e gennaio 2014 la liquidità manca. A febbraio, come Puglia e Cergol certificano nel preliminare di vendita di marzo 2014, gli acquirenti devono sobbarcarsi 390 mila euro per ripianare i debiti più urgenti e chiudere la stagione. I triestini scaraventano la società nelle mani del kosovaro Mehmeti e del camerunense-parmigiano Mbock che quei soldi non li versano.
Seguono cinque mesi di Circus e poi spunta Pontrelli, prima come consulente poi come padrone e presidente. La compra a scatola chiusa, senza sapere quali siano i debiti. Robe da matti. Quale persona di senno avrebbe avuto il coraggio di farsi avanti? Figuriamoci i parsimoniosi notabili locali. Pontrelli con l’amico Di Piero (senza essere socio) iscrive la squadra alla D, comincia a gestirla a una settimana dall’inizio del campionato, sul campo di Prosecco arrivano i loro due figli e comincia la giostra di giocatori che vanno e vengono e i risultati sul campo si vedono.
Però paga gli arretrati ai giocatori, si barcamena e alla fine con uno spareggio a Dro (con una spinta decisiva di 500 tifosi al seguito) resta in D. I tifosi da qualche mese sono sul piede di guerra e tolgono il marchio. Pontrelli resta sempre più isolato (anche da quei triestini che lo avevano aiutato) e si arriva ai giorni nostri. Dopo un avvio di stagione razionale c’è il divorzio con il diesse (Pinzin), con l’allenatore (Masitto), con undici giocatori e poi il blocco dei pagamenti, il presidente in panchina e quant’altro. Insomma le responsabilità di Pontrelli sono più che evidenti. Eppure sono tanti gli spasimanti dell’Unione (da Zanmarchi a D’Ambrosio, da Fioretti a Milanese) ma nessuno se la sposa anche perché Pontrelli è restio a concedere la mano e loro poco intraprendenti.
Lui dice che non vuole una dote ma solo il pagamento del debito e uno sposo serio. Tutto da verificare, l’entità del debito non è accertata. Difficile combinare il matrimonio. O forse c’è già stato con il mister-X veneto annunciato dallo stesso Pontrelli. L’unico fatto certo è che c’è un magistrato, il dott. Riccardo Merluzzi, che ha in mano l’incartamento dell’Unione. Dovrà pronunciarsi il 30 novembre (o nei giorni successivi) sul “concordato” chiesto dall’Unione o comunque il nuovo proprietario o altri “spasimanti” dovranno bussare alla sua porta. Per la città è una garanzia. Per l’Unione si potrebbe aprire però di nuovo la strada del fallimento.
Il terzo in 21 anni con la perdita quasi certa dell’unico bene che è il titolo sportivo.
Con buona pace dei triestini che nel 2012 (con il patrimonio di tutto il settore giovanile) non sono intervenuti, e di quelli che dopo essere intervenuti hanno lasciato il giocattolo rotto in mano a Mbock e Pontrelli per lavarsene le mani. Chissà se stavolta la crema della città avrà capito la lezione. O forse, ed è legittimo, se ne frega. Ma non abbia la presunzione di pretendere applausi.
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